OPINIONI
 

L’archeologia oggi.

Deve piacerti da morire se qualcosa ti spinge a studiare, a laurearti e a puntare il tuo futuro in una disciplina culturale come l’archeologia. Deve essere visceralmente radicata dentro di te se vuoi fare di essa la ragione della tua vita. Se così non fosse, scegli un’altra strada, di certo non te ne pentirai. L’archeologia è una disciplina autolesionistica, fa del male a chi la pratica per professione, perché rende poco o quasi nulla. Chi spera di diventare ricco facendo l’archeologo commette un grosso errore perché l’attività dell’archeologo conduce spesso alla povertà e al disagio. L’ambiente di lavoro è di per sé pessimo; i colleghi e i superiori sono generalmente nepotistici, sono tendenzialmente ostili o comunque poco collaborativi; essi ti condurranno alla consapevolezza di una profonda inadeguatezza professionale.  
Chi nonostante tutto persevera, è spesso costretto ad accettare condizioni impossibili pur di tirare avanti, cedendo ad altri gli onori di eventuali risultati raggiunti. Quello archeologico non è un bell’ambiente nel quale sperare di raggiungere fama e onori, ma un purgatorio per peccati non commessi.

Ragazzi, non studiate archeologia per campare, ma vivete facendo altro, nella speranza di trovare domani il tempo e le risorse per fare un'archeologia di piacere. Non lasciatevi circuire da chi vi dice il contrario: è un bugiardo che vi vuole imbrogliare e vi farà del male.
Tra moltissime persone che conosco, laureate in questa disciplina, pochissime hanno continuato ad esercitare, tra infinite difficoltà burocratiche e assurde pretese istituzionali, tra impossibili adempimenti fiscali e incredibili ritardi nei pagamenti da parte degli enti pubblici committenti. Gli altri hanno abbandonato speranze e sogni e hanno cambiato mestiere.
Questa disinteressata opinione è frutto dell’attenta osservazione delle realtà periferiche di un’istituzione ministeriale marciscente, portata avanti con sistemi clientelari e non meritocratici, dai peggiori burocrati disponibili sulla piazza, intenti a rovinare quel poco di buono che c’è ancora tra le risorse umane distribuite sul territorio italiano.
Il bene culturale archeologico, secondo i visionari del ministero, doveva divenire il business per una grande schiera di neo laureati che avrebbero occupato ogni spazio della ricerca, dello scavo, del restauro, della catalogazione, della gestione e della divulgazione. In realtà è stato il più grosso fiasco che il sistema scolastico nazionale poteva inventarsi: sono pochissimi coloro che hanno potuto trarre vantaggio e spesso senza averne il merito.
La ricerca ufficiale non la fa nessuno! Non ho mai visto archeologi e funzionari andare in giro per il territorio alla ricerca di nuovi indizi o di nuovi oggetti. Gli scavi costano moltissimo, anzi troppo, e spesso sono promossi solo dagli atenei universitari per istruire i neo laureandi in un mestiere che poi non faranno mai o che comunque non darà loro da vivere. Di conseguenza, restauro, catalogazione e divulgazione restano bloccati dall’assenza di eventi.
La vera ricerca la fanno solo gli appassionati, radicati sul territorio. Un tempo essi erano collaborativi con le istituzioni, ma visto che sono stati maltrattati ed estromessi da ogni compartecipazione, si tengono alla larga dai funzionari, si tengono per se le notizie e se le divulgano da soli. Sono finiti i tempi in cui i furboni aspettavano al varco i raccoglitori locali, come fanno le volpi con le galline, per carpire loro le novità ed impossessarsene.
Non funziona più cosi, la tecnologia ha avvantaggiato gli appassionati e penalizzato gli istituzionalizzati.

I ragazzi che si apprestano a scegliere la strada per la loro vita sappiano che l’archeologia non paga, e se proprio non possono farne a meno, siano coscienti dei grossi rischi a cui vanno incontro.

Disonestà intellettuale

Non sottovalutate gli autodidatti culturali perché il loro sapere e la loro esperienza valgono di più delle congetture e delle supposizioni fatte a tavolino da coloro che non sanno nulla dell'ambiente in cui sono chiamati ad operare.

Ci sono persone che conoscono a menadito ogni luogo, ogni anfratto del territorio in cui vivono, che possiedono un patrimonio di conoscenza, e conservano nella loro mente nozioni che nessun altro ha. Non snobbate queste persone, non deridetele, anche se alle volte possono sembrare strane e bizzarre, e soprattutto non approfittatevi di loro e del loro sapere senza renderne merito e riconoscenza perché prima o poi si rifaranno dei torti subiti.

Recentemente ho voluto conoscere meglio una persona che stimavo e che in segreto invidiavo per il suo trascorso e per il suo sapere e ho potuto verificare le sue grandi capacità, la sua grande disponibilità e purtroppo anche il suo risentimento verso le istituzioni parassite 

Certi accademici, archeologi e funzionari, che si ritengono titolari del sapere, abbandonino la loro hybris perché è segno di disonestà intellettuale.

Perché pubblicare in Nigeria.

Chissà quanti visitatori di questo sito si saranno chiesti perché l’amministratore ha scelto di pubblicare libri e scritti culturali in un paese del terzo mondo.
È un fatto insolito, ma pur sempre spiegabilissimo e logico. È solo per questione di praticità.

L’Italia è una nazione splendida dove l’ambiente, il paesaggio, la cultura ti danno moltissimo, e spesso ti fanno rimane a bocca aperta. Diversamente certi italiani non sono altrettanto splendidi; fanno leggi e regolamenti complicati e insostenibili che mettono in difficoltà il cittadino e non lo lasciano vivere.

Nel mondo dell’archeologia italiana è obbligatorio chiedere il permesso dello stato per qualsiasi cosa. Hanno burocratizzato tutto, anche il pensiero e le idee; senza il permesso tutto è vietato a prescindere.
Se si vuole scrivere ad esempio un articolo e inserire una fotografia di una qualsiasi cosa che appartiene a tutti noi, si deve fare formalmente domanda e attendere il consenso; se non si riceve risposta non si può fare nulla perché per il semplice cittadino non vale la clausola del silenzio assenso. 
Figuriamoci per scrivere libri divulgativi che contengano molte immagini.

Allora, per aggirare l’ostacolo, l’amministratore ha scelto di pubblicare all’estero. Ma non all’estero in Europa, perché i trattati comunitari fanno valere le leggi anche fuori dai confini nazionali; all’estero in un paese dell’Africa, dell’Asia, del Medio Oriente, del sud America dove le persone con cui è in contatto sono irraggiungibili da ogni itala bizzarria. Internet e la sua rete internazionale completano l’opera.
La scelta della Nigeria è stata del tutto casuale; un amico lo ha messo in contatto con una piccola casa editrice africana; ha comprato i diritti per usare liberamente e per molti anni il loro nome e così si è presto liberato del contorto e farraginoso sistema burocratico italiano.
Adesso pubblica in modo indipendente, mantiene relazioni e contatti con molte persone interessanti. La sua è una posizione privilegiata che gli concede molte opportunità. Si rammarica solo di non averci pensato prima.

Gli Avvicendamenti

Gli avvicendamenti degli organi periferici del ministero dei beni culturali sono eventi deleteri per le associazioni e le organizzazioni di volontariato.
Ogni qualvolta viene cambiato un funzionario territoriale, in quel territorio inevitabilmente ricominciano le incomprensioni, le prese di posizione, le diatribe. Col tempo tutto si acquieta, ma poi puntualmente si ricomincia da capo.
Le associazioni archeologiche sono entità legalmente costituite, perché nessuna legge le vieta, ma non possono fare quello per cui sono costituite perché la legge lo vieta.
Esse spesso svolgono attività marginali di supporto e di servizio ad altre attività più importanti, quali ad esempio l’apertura e la custodia dei musei civici territoriali privi di personale oppure la manovalanza nelle aree di scavo a supporto degli archeologi, oppure la pulizia dalle erbacce infestanti nelle aree di scavo musealizzate a cielo aperto, ma non possono mai intervenire in modo diretto a nessun evento di natura scientifica anche di infima qualità quale ad esempio il chinarsi per raccogliere qualcosa, tipo un coccio, un frammento di mattone o qualsiasi altro reperto dalla terra.
Siamo di fronte ad un paradosso, ad un dilemma incomprensibile e insormontabile per cui diviene difficile comprendere fino in fondo quali siano i confini entro cui il cittadino che fa parte di queste organizzazioni può muoversi senza sconfinare nell’illecito.
La legislazione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali è strutturata in modo da definire ogni cittadino fuori controllo, un potenziale delinquente, bramoso di appropriarsi e tenere per sé ogni oggetto antico che gli capiti tra le mani.
Ancora peggiore è il cittadino che oltre a questo, decide di acculturarsi da sé studiando abusivamente le cose antiche senza averne il consenso.
Tra i funzionari del ministero regna la burocrazia assoluta e vige il terrore di sbagliare.
Qualsiasi atto deve avere l’imprinting al massimo livello e quindi deve essere vistato dal livello superiore che scarica l’onere della responsabilità sempre al suo superiore. Tutto deve arrivare ed arriva a Roma, (comprese le domande per andare al bagno).
Chi sbaglia paga, infilzato dagli stessi colleghi di ufficio che non aspettano altro.
In questo ambiente così sereno vengono prese le decisioni sui rapporti con il volontariato; immaginiamoci chi si voglia prendere la responsabilità di agire di sua iniziativa! ........ nessuno!
Le associazioni quindi vengono tenute alla larga, vengono osservate da lontano, devono farsi vedere il meno possibile, non devono spiattellare la loro attività, specie se dedite come è di prassi, alla raccolta abusiva, con (o senza) il metal detector, dei reperti decontestualizzati provenienti dai terreni arativi. Tutti sanno, ma sono costretti a lasciar correre, non essendoci una soluzione, e anche perché, tutto sommato, questo lavoro può fare comodo.
Di tanto in tanto si ricomincia da capo: qualche funzionario viene o chiede di essere trasferito, avviene un avvicendamento, il nuovo arrivato non conosce l’ambiente, agisce con cautela, ricomincia la trafila delle incomprensioni, arrivano nuovamente le intimazioni ad astenersi da qualsiasi attività illecita e avanti così per mesi, a volte per anni, fintanto che col tempo pian piano tutto nuovamente si acquieta e si riprende a lasciar correre.

Ma vi pare possibile che si debba vivere in questo modo? Eppure è così che si vive oggi.

Per porre le basi ad una soluzione del problema, basterebbe ad esempio partire dal presupposto che ognuno sia una persona onesta e non un delinquente.  Tutto acquisterebbe un altro colore e la soluzione, con nuove regole e nuove prospettive, non tarderebbe ad arrivare.
Ma la burocrazia non vive di logica, vive di potere, di interessi e di compromessi, che oggi in questo ambiente sono quasi impossibili da sradicare.

La memoria storica

La memoria storica di un territorio è una componente del bene culturale che si trova in pericolo perché spesso allocata in contenitori che sono stati allontanati dal contesto strutturale costruito dalla società.

Prendiamo ad esempio i beni culturali mobili, quelli che possono essere spostati, locati altrove; essi sono beni legati al luogo di origine o a quello di ritrovamento, legame che non può essere loro tolto, pena la perdita di ogni profondo senso di appartenenza al luogo stesso.
Per lo stesso concetto non si può privare i luoghi della loro memoria storica tagliando il legame con le persone che li hanno vissuti.

Nel marasma delle leggi prodotte dalla nostra società per assicurarsi la proprietà dei beni culturali, i legislatori non si sono minimamente preoccupati della conservazione dei legami che intercorrono tra i beni, i luoghi e i probi cittadini.  Hanno decretato che questi beni, oltre che appartenere obbligatoriamente allo stato, non possono essere gestiti da questi cittadini nemmeno se fanno parte di associazioni culturali di grande spessore, nemmeno se dimostrano per essi un profondo e incondizionato amore.

La cultura però non è un elemento freddo, vive di calore, di sentimenti e di emozioni, particolari che la burocrazia, chiamata a sostituire questi soggetti, è incapace di dare. E’ incapace di generare quella meraviglia e quello stupore che appare sui volti dei fortunati che hanno il privilegio di scoprire qualcosa di importante, ed è incapace di mantenere intatto quel filo che subito si forma tra gli oggetti, le persone e l’ambiente che li contiene.

La scuola non insegna nulla di tutto questo, anzi insegna a ostacolare quelli che vogliono praticare la cultura in modo diretto e attivo sostenendo che è compito dei soli accademici, degli specialisti, dei titolati; la stessa scuola che ha illuso migliaia di ragazzi promettendo loro un posto di lavoro nel mondo dei beni culturali ed oggi con amarezza dice loro di occuparsi di altro perché mancano le risorse.

Vorrei dire a questi studenti e ai loro insegnanti che il bene culturale oltre che oggetti è spesso una serie infinita di emozioni, di sensazioni, di informazioni, di dati allocati in memorie che si trovano lontano dal mondo accademico, talvolta evanescenti e a forte rischio di dissoluzione.

Prima di tentare di tutelare le cose è necessario riavvicinare questa parte emarginata della cultura, è necessario salvare i rapporti con le persone perché molte di esse sono la memoria storica del territorio, perché ci vivono dentro e ne conoscono ogni dettaglio, perché hanno partecipato ad ogni evento sociale, umano, storico e perché anche da loro potrebbe nascere una prospettiva nuova che possa riaccendere la speranza nel futuro culturale del nostro prezioso e disastrato paese.

La cultura deve essere restituita a chi la ama.

25° anniversario di un libro che sembra non essere servito a nulla.

Così scriveva Serena Vitri nel 1986, in veste di soprintendente territoriale, nella presentazione del libro: "RICERCHE STORICO - ARCHEOLOGICHE NELLO SPILIMBERGHESE":

L'iniziativa del Comune di Spilimbergo, di cui questo volume è testimonianza, si colloca in un quadro di nuovi rapporti di collaborazione tra Enti Locali, Università, e Soprintendenza nella difficile opera di difesa e valorizzazione del patrimonio archeologico regionale, in un'ottica di tutela attiva del territorio.

La zona oggetto dell'indagine era tra le più ingrate del Friuli da un punto di vista archeologico: scarsissimi erano i complessi noti e studiati e difficile l'opera della Soprintendenza, dotata di scarso personale e di mezzi non sempre adeguati, e ostacolata dall'attività di ricercatori abusivi, solo parzialmente tenuti a freno da gruppi locali ben intenzionati. Tanto più meritorio si deve considerare pertanto il lavoro promosso dal Comune di Spilimbergo e condotto dalla Cooperativa Archeoproject. La ricerca, compiuta a contatto con docenti dell' Università di Trieste e con la Soprintendenza Archeologica, che ha finanziato l'inventariazione di parte dei materiali, ha portato a risultati di notevole rilievo e alla formulazione di ipotesi stimolanti per quanto riguarda l'economia e l'organizzazione del territorio di Spilimbergo tra preistoria e alto medioevo. Di particolare interesse risulta la metodologia utilizzata per la ricerca sul campo, ancora nuova per la nostra regione, ma applicata con successo sia all'estero che, più recentemente, in varie regioni d'Italia e comprendente: studio preliminare di carte topografiche e pedologiche, e parallelamente di foto aeree, ricerche d'archivio, survey sistematico, attuato anche con l'aiuto dei ricercatori locali più sensibili e disposti alla collaborazione, rilevamento su quadrettatura degli spargimenti superficiali relativi ai complessi principali, catalogo completo di siti e reperti……….

Basta scorrere le pagine, in tale occasione tutti si ringraziarono tra di loro, il comune con i suoi tecnici, la biblioteca civica, la provincia, la regione, l'università, la soprintendenza, la cooperativa, tutti furono lodati, tutti tranne i ricercatori locali che, senza limiti di disponibilità alla collaborazione, segnalarono i siti, portarono i soci di Archeoproject in giro per i campi, e li aiutarono a compilare la lista dei reperti.
Senza l'opera dei ricercatori locali gli archeologi avrebbero trovato poco più di niente.
Eppure quelle righe sembravano evocare la conquista della luna: metodi rivoluzionari e avveniristici con termini anglosassoni, archeologi preparatissimi che avrebbero individuato con i satelliti, con le foto aeree, sulle mappe, negli archivi (e un minuscolo insignificante aiutino dei ricercatori locali), ogni più piccola evidenza archeologica.
La loro illusione si infranse già qualche giorno dopo la presentazione del libro, quando, vista la totale esclusione dei volontari dai convenevoli ringraziamenti, comunicai ai redattori dell'opera di non aver segnalato a titolo precauzionale un enorme sito posto in comune di Spilimbergo.
Al capo della Cooperativa Archeoproject venne un colpo quando lo portai nel mezzo di un campo di mais e gli feci vedere uno spargimento di mattoni romani superiore ad un ettaro di superficie, che i suoi portentosi strumenti si erano dimenticati di vedere.

Ero stato previdente nell'immaginare che gli operatori di volontariato come me sarebbero stati esclusi, e pensare che sarebbe bastato qualche nome all'interno di una piccola nota a titolo di ringraziamento per trasformare un vergognoso scippo di informazioni private in una condivisione di meriti per avere svolto un lavoro impegnativo e serio.

Sono passati venticinque anni da allora e l'opera si è rivelata praticamente inutile perchè non è riuscita nemmeno a salvaguardare l'esistenza dei siti segnalati, uno dei quali addirittura posto sotto vincolo archeologico dall'ufficio tecnico comunale.   E questa sarebbe la tutela del patrimonio?
I politici venuti dopo e gli accademici, che tanto si erano premurati di auto compiacersi, pur essendo al corrente dell'esistenza di molte altre evidenze individuate successivamente, non sono mai venuti a chiedere di integrare l'opera delle parti mancanti.  Come mai?  O non gliene importa nulla o hanno la coscienza sporca.  E questo è il modo di soprintendere?
Nel 2008 è evaporato nel nulla un insediamento romano di discrete dimensioni che si trovava nei magredi di Barbeano, purtroppo sconosciuto nel 1986 e quindi non segnalato, nello stesso modo in cui erano gia spariti la Montagnola di Barbeano e Prapollastri a Tauriano che invece erano presenti nelle ricerche spilimberghesi.
Non parliamo poi del sito vincolato, che sotto la cotenna erbosa celava ancora parte dei ruderi della casa romana, arato dall'inconsapevole(?) proprietario che dopo la denuncia dello sbancamento ha avuto sì un mucchio di fastidi, ma ormai il danno è stato fatto.

C'è da chiedersi se questo libro sia servito a qualcosa o no, e se non sia ora che il comune e la biblioteca civica si attivino per riscriverlo integrandolo delle parti mancanti.  E' necessario rinfrescare la coscienza dei cittadini, soprattutto di quelli preposti a far rispettare le pubbliche normative, ma è necessario farlo riscrivere a quei ricercatori che tanta parte hanno avuto nella meritoria raccolta dei beni archeologici e delle informazioni sul territorio spilimberghese,  per riparare al grosso torto fatto venticinque anni fa.
Staremo a vedere.


Un ministero con il portafoglio vuoto

Non è per caso che il soprintendente ai beni archeologici del Friuli Venezia Giulia, partecipando ad un evento, si sia lamentato con i politici presenti del fatto che le acquisizioni di reperti abbiano quasi come unica fonte la ricerca di superficie e non lo scavo.  Ha fatto notare che la politica non si impegna per reperire quanto necessario per promuovere campagne archeologiche di scavo per portare ai musei reperti degni del loro nome.
Lo stesso soprintendente ha anche convocato gli istituti universitari, gli enti museali e le associazioni di volontariato regionali per valutare le reali possibilità (economiche) di riuscire a scavare.

Si perchè lo scavo ha un costo altissimo e ad esso sono ammesse solo quelle entità che sono in grado di produrre fondi (denaro), non per la loro capacità archeologica, ma per quella di saper mungere in qualche modo lo stato, le regioni o le fondazioni bancarie.
In definitiva la soprintendenza non ha soldi e non può fare nulla, è terribilmente impegnata a soprintendere il proprio stipendio, i costi di gestione della burocrazia e la difesa del proprio status continuamente minacciato dalle lotte intestine che la politica produce con i suoi ruffianismi.

Le associazioni di volontariato, uniche entità a non soffrire della crisi economica perchè lavorano gratuitamente, auspicano che in tale frangente si apra un po' di credito verso le loro attività, verso la valorizzazione del lavoro volontario, ma i loro auspici sono comunque destinati ad essere disattesi:
questa generazione di politici ottusi e incapaci non vorrà mai cedere la gestione anche di parte dei beni culturali alle associazioni o ai privati, non vorrà creare posti di lavoro privato nell'ambito della cultura, ma preferirà lasciar andare tutto allo sfascio nell'ottica del "tanto peggio tanto meglio".
             

 

Le associazioni archeologiche ed i beni culturali

Le associazioni archeologiche locali di volontariato nascono quasi sempre in seguito ad un ritrovamento, ad una scoperta, ad un evento significativo che segna un momento culturale importante di una città, di un territorio.

Ben presto imparano a destreggiarsi tra ricognizioni collettive, piccoli saggi di scavo, reperti e libri che riferiscono notizie storiche importanti. Con quello che trovano vorrebbero fare un museo nella loro città e spesso vanno in contrasto con le istituzioni che non permettono che nascano ovunque raccolte ed esposizioni.

Alcune associazioni vivono qualche anno e poi muoiono di morte naturale dimenticando lo spirito che le aveva fatte nascere;  altre invece, dopo essere riuscite a realizzare qualche piccolo progetto, si assestano nel loro essere e vivacchiano facendo di tanto in tanto qualcosa;  altre ancora, dopo qualche anno, si trasformano in fondazioni culturali che promuovono, che incentivano, che raccolgono fondi a favore, che pubblicano libri, ma che non fanno più ricerca attiva.
La realtà che sta davanti a noi è incredibile e patetica; di archeologia tra le associazioni non si parla quasi più e poi ci si meraviglia che sia poca la gente che si interessa di questa disciplina culturale e che alle conferenze che si tengono qua e la non partecipi nessuno.
Solo a chi ha pochi problemi e nulla da fare può venire in mente di occuparsene.

Quanto gretti e ignoranti sono i politici che ci governano!  Un popolo senza storia e senza riferimenti al passato è un popolo senza futuro!

Una timida apertura però sembra nascere nei progetti di alcune regioni a statuto speciale che sembra stiano dando credito alle associazioni e tentino di valorizzarle.  Sarà vero?

Il problema principale è la legislazione italiana in materia di beni culturali che impedisce l'esistenza di associazioni di privati cittadini libere di esercitare la ricerca archeologica e nello stesso tempo non garantisce nemmeno la sopravvivenza economica per coloro che  hanno inteso fare dell’archeologia una professione, costringendoli a stipendi da fame o all’esercizio di tutt’altra professione.

E non è la recessione economica la causa di tutto questo, ma la pessima gestione statale dei beni culturali, che impedisce di fatto qualsiasi mozione imprenditoriale, qualsiasi possibilità per i cittadini di accedere ad attività economiche improntate sui musei, sui reperti archeologici, sulle cose che lo stato si è arrogato proprietario a partire dal 1939.

Molto diversa avrebbe dovuto essere la legislazione, avrebbe sì dovuto impedire e vietare l’esportazione dei beni culturali, ma allo stesso tempo incentivare il cittadino alla loro valorizzazione e al loro sfruttamento economico come succede nelle nazioni civili ed evolute.

L’Italia, che ha beni culturali ovunque e più di ogni altra nazione al mondo, è totalmente incapace di gestire il suo patrimonio, di far lavorare migliaia di persone nell’ambiente dei musei e degli scavi e perfino di lasciar lavorare chi lo vuol fare gratuitamente.

 

Reperti di serie A e reperti di serie B

…"Purtroppo i materiali rinvenuti risultano essere privi di una qualsiasi contestualizzazione sia per il metodo usato per il loro rinvenimento, ossia la raccolta di superficie, sia per il fatto che in questa zona…."ecc ecc.

Questa è la classica frase atta a declassare i rinvenimenti degli archeologi dilettanti.

Ci si rammarica sempre che i materiali raccolti in superficie non possono godere del privilegio di essere stati trovati con cazzuolino e pennello da un dottore in archeologia in quel preciso centimetro quadrato dello scavo e in quella precisa unità stratigrafica minuziosamente documentata……. ma sono pur sempre dei degnissimi reperti antichi riferibili a precisi insediamenti, annotati con altrettanta cura dagli archeologi della domenica ai quali non può essere attribuita la causa della mancanza del contesto di scavo, ne si può pensare di accusare il contadino perchè ara la sua terra e sconvolge lo strato archeologico!
Sarebbe forse meglio lasciare la roba lì?

E poi non mi è mai capitato di vedere indicato sulle didascalie delle teche dei musei che questo o quel reperto provenga da uno scavo ufficiale o da un ritrovamento fortuito;  alla maggior parte dei visitatori non gliene frega niente, godono della bellezza del pezzo, lo ammirano e poi se ne vanno contenti.

La maggioranza degli oggetti esposti nei musei proviene da ritrovamenti casuali e non da scavi stratigrafici, però la provenienza non viene mai citata per convenienza.  Immaginiamo se tutti i reperti che non provengono da scavo venissero tolti dalle teche perchè classificati di serie B che magra figura ci farebbero quelli restanti di serie A?

I dottoretti di primo pelo a cui viene chiesto di curare qualche esposizione o mostra tipo quella dei Pesi di S. Vito al Tagliamento se proprio non possono fare a meno di farci rimarcare la declassata provenienza dei nostri ritrovamenti di superficie, siano altrettanto onesti da fare la conta di quanti siano i reperti di serie A e di quanti di serie B oppure la smettano di rifilarci la frasetta sulla contestualizzazione che ci fa venire la bile e i gironi cogliati!

 

Ci dicono di tutto, ma poi qualcuno corteggia il nostro hobby

Ho avuto occasione di parlare con molti studenti universitari del corso di lettere antiche e/o di archeologia ed ho potuto constatare quanto astio ci sia nei confronti di chi fa ricerca archeologica per diletto. I professori universitari hanno il dente avvelenato contro gli appassionati locali ed i gruppi archeologici territoriali ed inculcano nella testa degli studenti un odio scatenato verso queste persone.

Salvo doversene poi pentire, questi ragazzi manifestano una repulsione quasi viscerale nei confronti di chi esercita la ricerca e la raccolta di superficie passeggiando sui campi arati perché spessissimo i dilettanti raccolgono molta più roba di loro.

Sono talmente plagiati e convinti che solamente lo scavo stratigrafico possa dare risultati importanti che non si rendono conto di quello che dicono e temono la concorrenza di gente senza titolo che lavora gratuitamente.

Però noi sappiamo che i luoghi integri dove poter esercitare lo scavo ce ne sono ben pochi, che il 95% degli insediamenti conosciuti si trovano in campi coltivati e sconvolti dalle arature, sappiamo che il ministero dei beni culturali è senza soldi, che di progetti culturali ad ampio respiro non ce ne sono, che se si fa ancora qualcosa è merito di finanziatori privati esteri, che la politica del turismo culturale in Italia fa schifo mentre dovrebbe essere ai vertici mondiali e che solo pochissimi italiani si rendono conto di avere tra le mani il più grande tesoro culturale del mondo, e pur avendo ottime idee, non viene data loro la benché minima opportunità di poter fare qualcosa.

E allora?

Allora molti studenti, dopo la laurea cambiano mestiere perché difficilmente trovano lavoro, e quelli che tengono duro si rendono finalmente conto che non sono i dilettanti la causa dei loro guai perché se ai dilettanti è fatto divieto di eseguire scavi, per gli archeologi è sconveniente e sminuente fare raccolta di superficie cosicché si accorgono che i due mondi non si incrociano, non si toccano, non si danneggiano, anzi possono convivere e perfino collaborare.

Ecco allora che qualche giovane archeologo, esplorando nuove inaspettate opportunità, entra in simbiosi con qualche gruppo di  dilettanti e collabora con loro traendone vantaggi...... in barba al bieco insegnamento universitario.