OPINIONI

 

Problemi di comunicazione in tempi di crisi  (SFA)

Non parliamo ovviamente dei quotidiani, né dei mezzi audiotelevisivi, che sono il tramite principale attraverso cui passa l’informazione con lettere maiuscole. Parliamo di quei piccoli mezzi di cui si servono associazioni, per la grandissima parte di volontariato (come la nostra), gruppi, o qualsiasi realtà fatta di più persone con interessi comuni e con il fine di comunicare a tutti gli aderenti i propri brani di vita associativa, con progetti, attività, interessi, novità, proposte.
Parliamo di ciò che si può chiamare in tanti modi: giornalino, quaderno, periodico, foglio e chi più ne ha più ne metta. L’informazione passa, o per meglio dire passava, attraverso le poche, ma importanti per i destinatari, pagine che ognuna di queste realtà era in grado di mettere in opera. Ovviamente a proprie spese, con il contributo di tutti i consociati e servendosi per questo scopo di tante piccole o piccolissime case editrici che di ciò vivevano.
Siamo costretti ad usare il verbo al passato perché da poco tutto è cambiato. In peggio, è evidente e scontato, visto ciò che succede. Dai piccoli sconti postali, erano tempi d’oro viene da dire, riservati alle associazioni per la spedizione dei loro periodici, si è passati all’abolizione degli stessi, ad un aumento annuo della burocrazia con un profluvio di carte da presentare sempre più complesse ed incomprensibili fino ad arrivare all’aumento delle tariffe postali.
Lo stesso discorso vale ovviamente per le pubblicazioni importanti, veri volumi sui più vari
argomenti, tra i quali spicca l’aspetto culturale nelle sue più variegate componenti. In questo caso erano le Istituzioni a dare un contributo su apposita domanda, fondamentale per la pubblicazione e dopo averne valutato l’importanza.
Ora tutto tagliato! Anzi, le Istituzioni hanno pensato bene di avvertire gli interessati di non pensarci
neppure a fare domanda per la richiesta di contributi. Non ce n’è per nessuno. E neppure ce ne sarà. Abbiamo parlato a lungo dei tagli drastici alla cultura, però adesso siamo arrivati non al fondo del barile ma a raschiare il fondo del barile. E nella raschiatura ovviamente ci sono tutte le associazioni culturali su base volontaria.
Stupirsi, indignarsi, arrabbiarsi? Già fatto! Reagire? La Società lo sta facendo ed a questo scopo ci viene in aiuto la tecnologia informatica. Come avrà potuto notare chi è già titolare di una casella di posta elettronica, le nostre “Notizie sui programmi” (la cosiddetta NewsLetter, ormai giunta al n. 250), i nostri Bollettini, i Quaderni friulani di archeologia viaggiano già su Internet, tuttavia è ancora indispensabile stampare su carta un notevole numero di copie, che devono raggiungere tutti coloro che non amano fare amicizia con il computer e coloro che, per i più diversi motivi, vengono in contatto con la Società.
Il passo successivo affronta questo secondo problema ed in un modo che esprime tutta la potenzialità del volontariato: lo facciamo tutto da noi il nostro periodico, al computer, compresa impaginazione, foto e stampa.
Questo ci permetterà di avere risparmi annuali estremamente significativi, nell’ordine di alcune migliaia di euro. In tempi di magra i vestiti si fanno in casa e si aguzza l’ingegno. Vorremmo con questo farvi
partecipi della nostra più viva soddisfazione per essere diventati editori di noi stessi, senza dimenticare che il grande merito va a quei soci che in questo progetto ci hanno messo, e ci mettono, testa, passione, competenza, tempo e…volontà.

Gian Andrea Cescutti

LA CULTURA NON E’ PETROLIO      di Francesco Bonami              La Stampa del 23 giugno 2011

Se vogliamo parlare di cultura eliminiamo prima di tutto una snervante affermazione:«I beni culturali sono il nostro petrolio». Il petrolio è una materia che la gente si trova per destino sotto i piedi. Avere il petrolio non è un merito, ma un caso. Avere il petrolio è spesso una buona scusa per nascondere imbarbarimento, inciviltà e dittature.  
La cultura quindi non è petrolio. La cultura è qualcosa che non si trova ma si costruisce. Caso mai il nostro problema, il degrado della nostra società, è dovuto proprio al fatto che diamo per scontati i nostri beni culturali. 
Ci comportiamo come se li avessimo trovati facendo un buco per terra. L'arte e la cultura non li sputa fuori la terra ma sono il risultato del lavoro e della conoscenza di uomini e donne che alla ricchezza del territorio hanno voluto unire la ricchezza delle proprie idee e del proprio spirito. La cultura è il contrario del petrolio perché si deve fabbricare, non si può solo consumare. La cultura ci rende ricchi solo se siamo disposti ad essere tutti un po' più poveri da un punto di vista materialistico. Se abbiamo solo 10 euro dove li spendiamo in un biglietto per un museo o in un paio di birre? Compriamo un libro o una T-shirt? La cultura non è destino è libera, liberissima, scelta. Possiamo scegliere di crescere in un Paese ignorante o di contribuire alla costruzione di un Paese culturalmente forte, dinamico, affascinate. E' una nostra autonoma decisione. Nessuno ci obbliga ad essere colti, ad essere spiritualmente benestanti. La cultura dipende da noi non dalla geologia. La cultura dipende dalla nostra crescita civile ed interiore non dal nostro reddito. Noi italiani siamo stati i primi ad inventare il cittadino responsabile fra il Trecento e il Cinquecento con l'Umanesimo e il Rinascimento. Perché l'Italia ritorni ad essere culturalmente una super potenza dobbiamo prima domandarci come è successo che a centocinquanta anni di splendore sia seguita la nostra lunga servitù civile e morale con il suo bagaglio di sudditanza, di menzogne, di opportunismo e di cinismo. Dobbiamo quindi ritrovare la responsabilità culturale e la sana dimensione di un egoismo civile che ci porti a considerare ogni angolo del nostro Paese e della nostra cultura un angolo di cui siamo legittimi proprietari. Un angolo che dobbiamo e vogliamo curare. Un angolo del quale siamo responsabili. Curare nel senso di prendersi cura. Curare nel senso di guarire i malanni che hanno reso la cultura ed i suoi beni un malato, se non terminale, un malato grave. Essendo un curatore di professione, nel bene e nel male, è chiaro che sia convinto che l'Italia abbia necessità di una società e di una classe politica che si prendano la responsabilità di assumere il ruolo di curatori della propria cultura. Curare significa creare un'armonia, una funzionalità, un'efficacia e un dialogo fra parti diverse. Curare significa costruire un sistema funzionante, fruibile e leggibile di tante realtà autonome ma complementari fra di loro. Curare la cultura del proprio Paese vuoi dire sentire il dovere e la necessità di rendere percorribile una rete che unisca l'espressività geografica ed artistica del nostro territorio, fatto di così tante e differenti parti, collegando il patrimonio artistico con la contemporaneità. Una contemporaneità che non è fatta solo di musei e di mostre ma è costituita da tanti soggetti e contesti vivi e vivaci; musicali, teatrali, cinematografici, architettonici, artistici. La cultura ha bisogno di moltissimi interventi e di molti meno eventi. Interventi che devono e non possono venire solo dalla parte politica ma devono principalmente arrivare dalle realtà private. Realtà si badi bene che vanno dall'imprenditoria, grande, media o piccola che sia, al comune cittadino, quindi a noi. La politica è responsabile di creare gli strumenti giuridici, fiscali, amministrativi affinché il privato possa usufruire, partecipare, contribuire al sano funzionamento del sistema culturale del Paese ma non può sostituire il dovere civile di ognuno di noi di farsi curatori del bene culturale che ci circonda e ci arricchisce. Per fare questo è necessario un cambiamento radicale di mentalità, a livello governativo ma assolutamente, e più che altro, a livello personale. Nessuno è escluso da questa trasformazione. Per cambiare una mentalità non esiste la bacchetta magica. Una mentalità civile si costruisce partendo dall'educazione. E' necessario allora che il bene culturale sia trasmesso e collegato con il sistema dell'istruzione. Essendo noi una superpotenza artistica è fondamentale che la Storia dell'Arte diventi lo strumento obbligatorio con il quale costruiremo nuove generazioni di cittadini capaci di capire e quindi di curare un patrimonio che ci appartiene sia a livello collettivo che a livello individuale. La Storia dell'Arte, come un tempo fu la Religione, dovrebbe essere considerata materia obbligatoria nelle scuole di qualsiasi tipo e indirizzo.   Quando sento definire da parte di autorevoli analisti politici il ministero dei Beni Culturali «Un ministero minore», mi viene la pelle d'oca. La concezione collettiva della cultura in Italia è imbarazzante. Persino i Paesi che si sono ritrovati sotto i piedi il petrolio hanno capito che la loro ricchezza materiale ha i piedi di argilla se non sarà sostenuta da una ricchezza culturale forte e rispettabile. Non a caso un centro economico come Hong Kong ha capito che la propria vitalità futura non potrà basarsi esclusivamente sugli scambi commerciali ma dovrà anche avere una fortissima vitalità culturale. Per questo l'amministrazione di questa metropoli asiatica ha intrapreso aggressivamente una trasformazione della città che vedrà nei prossimi anni la nascita di un epicentro culturale. Un progetto affidato ai più importanti studi di architettura e operatori culturali del mondo. Insomma è sempre più chiaro che il nostro futuro è legato a quello che avevano già capito cinquecento anni fa i nostri antichi parenti e che oggi capiscono tutte le società emergenti del nostro pianeta.

 

 

25° anniversario di un libro che sembra non essere servito a nulla.

Così scriveva Serena Vitri nel 1986, in veste di soprintendente territoriale, nella presentazione del libro: "RICERCHE STORICO - ARCHEOLOGICHE NELLO SPILIMBERGHESE":

L'iniziativa del Comune di Spilimbergo, di cui questo volume è testimonianza, si colloca in un quadro di nuovi rapporti di collaborazione tra Enti Locali, Università, e Soprintendenza nella difficile opera di difesa e valorizzazione del patrimonio archeologico regionale, in un'ottica di tutela attiva del territorio.

La zona oggetto dell'indagine era tra le più ingrate del Friuli da un punto di vista archeologico: scarsissimi erano i complessi noti e studiati e difficile l'opera della Soprintendenza, dotata di scarso personale e di mezzi non sempre adeguati, e ostacolata dall'attività di ricercatori abusivi, solo parzialmente tenuti a freno da gruppi locali ben intenzionati. Tanto più meritorio si deve considerare pertanto il lavoro promosso dal Comune di Spilimbergo e condotto dalla Cooperativa Archeoproject. La ricerca, compiuta a contatto con docenti dell' Università di Trieste e con la Soprintendenza Archeologica, che ha finanziato l'inventariazione di parte dei materiali, ha portato a risultati di notevole rilievo e alla formulazione di ipotesi stimolanti per quanto riguarda l'economia e l'organizzazione del territorio di Spilimbergo tra preistoria e alto medioevo. Di particolare interesse risulta la metodologia utilizzata per la ricerca sul campo, ancora nuova per la nostra regione, ma applicata con successo sia all'estero che, più recentemente, in varie regioni d'Italia e comprendente: studio preliminare di carte topografiche e pedologiche, e parallelamente di foto aeree, ricerche d'archivio, survey sistematico, attuato anche con l'aiuto dei ricercatori locali più sensibili e disposti alla collaborazione, rilevamento su quadrettatura degli spargimenti superficiali relativi ai complessi principali, catalogo completo di siti e reperti……….

Basta scorrere le pagine, in tale occasione tutti si ringraziarono tra di loro, il comune con i suoi tecnici, la biblioteca civica, la provincia, la regione, l'università, la soprintendenza, la cooperativa, tutti furono lodati, tutti tranne i ricercatori locali che, senza limiti di disponibilità alla collaborazione, segnalarono i siti, portarono i soci di Archeoproject in giro per i campi, e li aiutarono a compilare la lista dei reperti.
Senza l'opera dei ricercatori locali gli archeologi avrebbero trovato poco più di niente.
Eppure quelle righe sembravano evocare la conquista della luna: metodi rivoluzionari e avveniristici con termini anglosassoni, archeologi preparatissimi che avrebbero individuato con i satelliti, con le foto aeree, sulle mappe, negli archivi (e un minuscolo insignificante aiutino dei ricercatori locali), ogni più piccola evidenza archeologica.
La loro illusione si infranse già qualche giorno dopo la presentazione del libro, quando, vista la totale esclusione dei volontari dai convenevoli ringraziamenti, comunicai ai redattori dell'opera di non aver segnalato a titolo precauzionale un enorme sito posto in comune di Spilimbergo.
Al capo della Cooperativa Archeoproject venne un colpo quando lo portai nel mezzo di un campo di mais e gli feci vedere uno spargimento di mattoni romani superiore ad un ettaro di superficie, che i suoi portentosi strumenti si erano dimenticati di vedere.

Ero stato previdente nell'immaginare che gli operatori di volontariato come me sarebbero stati esclusi, e pensare che sarebbe bastato qualche nome all'interno di una piccola nota a titolo di ringraziamento per trasformare un vergognoso scippo di informazioni private in una condivisione di meriti per avere svolto un lavoro impegnativo e serio.

Sono passati venticinque anni da allora e l'opera si è rivelata praticamente inutile perchè non è riuscita nemmeno a salvaguardare l'esistenza dei siti segnalati, uno dei quali addirittura posto sotto vincolo archeologico dall'ufficio tecnico comunale.   E questa sarebbe la tutela del patrimonio?
I politici venuti dopo e gli accademici, che tanto si erano premurati di auto compiacersi, pur essendo al corrente dell'esistenza di molte altre evidenze individuate successivamente, non sono mai venuti a chiedere di integrare l'opera delle parti mancanti.  Come mai? 
O non gliene importa nulla o hanno la coscienza sporca.  E questo è il modo di soprintendere?
Nel 2008 è evaporato nel nulla un insediamento romano di discrete dimensioni che si trovava nei magredi di Barbeano, purtroppo sconosciuto nel 1986 e quindi non segnalato, nello stesso modo in cui erano gia spariti la Montagnola di Barbeano e Prapollastri a Tauriano che invece erano presenti nelle ricerche spilimberghesi.
Non parliamo poi del sito vincolato, che sotto la cotenna erbosa celava ancora parte dei ruderi della casa romana, arato dall'inconsapevole(?) proprietario che dopo la denuncia dello sbancamento ha avuto sì un mucchio di fastidi, ma ormai il danno è stato fatto.

C'è da chiedersi se questo libro sia servito a qualcosa o no, e se non sia ora che il comune e la biblioteca civica si attivino per riscriverlo integrandolo delle parti mancanti.  E' necessario rinfrescare la coscienza dei cittadini, soprattutto di quelli preposti a far rispettare le pubbliche normative, ma è necessario farlo riscrivere a quei ricercatori che tanta parte hanno avuto nella meritoria raccolta dei beni archeologici e delle informazioni sul territorio spilimberghese,  per riparare al grosso torto fatto venticinque anni fa.
Staremo a vedere.


Dalla rivista ARCHEOMEDIA  maggio 2011

"Salvatore Settis - La bellezza ingabbiata dallo Stato" di Luca Nannipieri (Edizioni ETS, 2011, euro 8).

Con questo libro Luca Nannipieri mette sotto accusa il sistema dei Beni Culturali oggi vigente in Italia, che attraverso Soprintendenze, Università e Consigli di ricerca, paralizza ogni intervento privato ed individuale su case, dimore e paesaggi, che non sia riconosciuto dallo Stato.
Il libro mette in discussione il ruolo dello Stato, delle Soprintendenze e delle Università, perché troppo bloccati e gerarchici, nella valorizzazione e nella conoscenza della bellezza del nostro patrimonio storico-artistico e del paesaggio in Italia.
Il saggio-pamphlet si confronta criticamente con una delle personalità della cultura più importanti in Italia: Salvatore Settis, direttore storico della Normale di Pisa, editorialista di Repubblica e Sole24ore, Presidente del Comitato scientifico del Museo del Louvre, esponente di quel mondo e che di quel sistema è stato ed è un esimio rappresentante.
L'esperienza e lo spessore culturale che figure come Settis hanno messo a disposizione nella gestione italiana del patrimonio artistico e culturale oggi non possono sfuggire al confronto che anche altri soggetti possono offrire in questo contesto
in un'ottica meno statalista, meno ingessata, meno calata dall'alto.
Dichiara l'autore Luca Nannipieri:
"Salvatore Settis rappresenta una cultura del Novecento che ha dato una risposta ineccepibile sulla bellezza e sul patrimonio artistico e paesaggistico; ma questa risposta ineccepibile ha una vittima: la persona. Pensare che il patrimonio storico artistico, da Pompei all'ultimo borgo dell'Umbria, possa essere difeso anzitutto e soprattutto dallo Stato e dalle leggi è come convincersi e cercare di convincere che l'acqua va dalla foce alla sorgente. Non può essere: è l'evidenza che te lo nega. E sui beni culturali, l'evidenza mostra che Stato, Soprintendenze e Università non hanno difeso e valorizzato la bellezza dei nostri luoghi: al contrario, l'hanno spenta, l'hanno ingabbiata. In altri termini, così come sono, hanno fallito. Per questo Settis, nonostante sia considerato uno dei guru indiscussi degli ambienti intellettuali europei, rappresenta un modo tutto novecentesco di concepire i beni culturali e la bellezza dei nostri luoghi".
"Fino a che le strutture di Soprintendenze, Comitati scientifici, Consulte universitarie, saranno chiuse in se stesse, nella loro scientifica competenza, fino a che vi saranno sui beni culturali soltanto convegni, congressi, giornate di studio e pubblicazioni, che sono fatti ad uso e consumo soltanto dei professori universitari e dei funzionari di Stato, senza che questi si aprano alle mille e mille realtà non riconosciute, eppure vivissime, sul territorio, assisteremo a quel che vediamo: superconvegni superblasonati e superspecialistici con quattro persone di pubblico, età media 65-70-75 anni, nessun giovane, nessun uomo in età produttiva, attrattiva zero verso il pubblico, e tutte le istituzioni dello Stato - dal Ministero al Comune - a offrire patrocini, spazi gratis, coffeé breack, pubblicazioni degli atti, brochure, sponsorizzazioni piccole o grandi, tramite le fondazioni bancarie affiliate. E' un circolo vizioso, dove ciò che si perde non è solo una cospicua quantità di soldi pubblici, ma anche la possibilità di rendere effettivamente vive, potenti, palpitanti, le bellezze storico-artistiche del nostro paese e le comunità che vi stanno attorno". "E' davvero strano che i Comuni e le Province - per non parlare della Regione e del Ministero - piangano sempre che non hanno risorse e poi, improvvisamente, quando si tratta di ospitare i molteplici e quotidiani convegni di studi sui beni culturali con gli alti funzionari di Stato e le autorità universitarie o istituzionali, improvvisamente vengono trovati soldi, sponsorizzazioni, alberghi per ospitare, tipografie che stampano supremamente bene i depliant e gli atti dei convegni, uffici stampa che lavorano a tambur battente. Risultato? Lo vediamo. La mia città Pisa soffoca di convegni e dibattiti sui beni culturali pagati dallo Stato, ma i turisti sono sempre meno e gli studenti appena laureati scappano via. Vorrà dire qualcosa? E chi di voi è rimasto più di due giorni nella mia città? Rispondetemi, poi chiamate il sindaco, il rettore e il soprintendente e chiedete loro spiegazioni."

Uno stralcio dell'Editoriale di "Archeologia Viva" di questo mese            (maggio 2011)

Avrei voluto parlare ancora del disastro dei beni culturali in Italia, non certo imputabile a calamità naturali. Un disastro di normale (mancata) amministrazione, di colpevole insensibilità, che ancora una volta ci (s)qualifica davanti al mondo, come responsabili di un patrimonio sterminato e magnifico, di cui altri, in altri Paesi, sarebbero lieti di poter solo leccare le briciole. Di questo sfacelo (evidenziato dalle dimissioni, prima, di Salvatore Settis e, di recente, di Andrea Carandini dal Consiglio superiore per i Beni culturali) - i cui principali imputati senza appello sono coloro che ci governano - si è parlato più volte in questa sede, se ne è parlato e se ne parla dappertutto ed è quindi inutile riparlarne ora. Rimane solo da sperare che qualcuno si converta sulla via di Damasco oppure che se ne vadano tutti a casa e stiamo a vedere chi viene. Peggio di così............  

Risposta - proposta 11 maggio 2011
Egregio signor  Pruneti, mi scusi se la chiamo signor, ma non conosco quale sia il suo status nei confronti dell'archeologia, se laureato, dottore, professore, docente oppure semplice signore come me.
Ho letto la parte della sua editoriale on line che riguarda l'inutilità di riparlare ancora del disastroso stato in cui versano i beni culturali in Italia, per colpa di coloro che ci governano.
Nonostante che io sia un cultore di basso rango, amo l'archeologia certamente di più di molti altri, anche di gente che ha inteso farne una professione.
Ad essa dedico molto del mio tempo e denaro nell'ambiente del volontariato e conosco purtroppo le problematiche.
Concordo pienamente con Lei per quanto detto e avrei qualcosa da suggerire per questo tragico momento.

Perché non approfittiamo degli eventi per dare una ripulita alla personalità dei funzionari del ministero? Perché non gli facciamo fare un corso di buona educazione, perché non facciamo in modo che diventino persone timorose di non fare bella figura, in grado di vedere tutti, di ascoltare tutti con umiltà e semplicità, capaci di guardare gli altri negli occhi?  Persone che quando le incontri ti diano la mano e ti dicano buon giorno chiunque tu sia, ma che soprattutto sappiano dire grazie per quanto ricevono?

Lungi da me la volontà di voler giustificare qualcuno per quanto sta accadendo, tuttavia sono convinto che non tutte le colpe siano da attribuire ai politici e non ricordo rapporti migliori tra cittadino e istituzioni culturali in tempi di vacche grasse; a tal proposito posseggo un ampio corollario di esempi di autentica maleducazione e cattiveria da parte di funzionari del ministero.
Non pensa Lei sia meglio precorrere i tempi dando una raddrizzata ai vertici e ai vari piani dell'istituzione nella convinzione e nella speranza che una parte della salvezza dell'archeologia possa venire dal basso?
Tutto sommato, anche se ciò non fosse, la buona educazione non guasta mai.                          Edy

 

 

Società Friulana di Archeologia   Bollettino n. 2 - Anno XV - Aprile 2011

PAESAGGIO E BENI ARCHEOLOGICI: due problemi o un unico problema?

di Gian Andrea Cescutti

È bene dire subito che si dovrebbe parlare di Beni culturali nel loro insieme. Qui ci interessiamo di quel particolare settore dei beni che sono i giacimenti archeologici. La loro conservazione è un problema immenso, un dannato “problemaccio” moderno. Ma possiamo badare solamente alla loro tutela, con tutto ciò che questa parola comporta, disinteressandoci del paesaggio che li circonda, del territorio in cui essi “vivono”, che poi si può identificare nella parola “paesaggio”?
Innanzitutto la conservazione del paesaggio è un problema moderno? Ci accorgiamo solo ora dell’importanza del paesaggio? Va tutelato anch’esso? Già la legge 778 del 1922 dal titolo “Tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico” affrontava il problema.
Nella relazione alla legge, Benedetto Croce scriveva:

Se dalla civiltà moderna si sentì il bisogno di difendere, per il bene di tutti, il quadro, la musica, il libro, non si comprende perché siasi tardato tanto a impedire che siano distrutte o manomesse le bellezze della natura, che danno all’uomo entusiasmi spirituali così puri e sono in realtà ispiratrici di opere eccelse.
Non è da ora del resto che si rilevò essere le concezioni dell’uomo il prodotto oltre che delle condizioni sociali del momento storico, in cui egli è nato, del mondo stesso che lo circonda, della natura lieta o triste in cui vive, del clima,del cielo, dell’atmosfera in cui si muove e respira.
E fuvvi anche chi affermò, con profondo intuito, che anche il patriottismo nasce dalla secolare carezza del suolo agli occhi, ed altro non essere che la rappresentazione materiale e visibile della patria, coi suoi caratteri fisici particolari, con le sue montagne, le sue foreste, le sue pianure, i suoi fiumi, le sue rive, con gli aspetti molteplici e varii del suo suolo, quali si sono formati e sono pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli”
.

Una intuizione che precorreva i tempi ma quanto mai attuale ora, anche se 90 anni fa si era lontani anni luce dagli odierni e continui attentati al paesaggio. In questa ottica, dunque, il paesaggio è il contenitore, i beni culturali, nel nostro caso i beni archeologici, il contenuto. Che si fa?

Contenitore e contenuto vanno disgiunti per la loro valorizzazione e salvaguardia, devono seguire vie diverse? Per capirci facciamo degli esempi. Potreste mai immaginare voi i resti di Aquileia separati dall’ambiente in cui si trovano? Separati dal fiume che la lambiva e che ne costituiva il porto? Separata dalla laguna che la proteggeva verso il mare? Separata dal territorio circostante che ne aveva creato la necessità di fondazione? Separata dalle necessità storiche che su quel territorio avevano portato Roma a fondare Aquileia? Sarebbe stata un'altra Aquileia. Perciò i resti fisici della città ed il suo territorio costituiscono un tutt’uno e come tali si deve cercare, nei limiti del possibile, di conservarli.

Spesso il territorio, o vogliamo chiamarlo paesaggio, creano la storia. Così come viene difficile pensare, tanto per restare ai luoghi che conosciamo meglio, che i grandi templi di Paestum avrebbero avuto lo stesso significato se fossero sorti a, tanto per dire, Zuglio.

Ci sarà un motivo per cui i Greci li hanno costruiti laggiù, tra il fiume Sele ed il promontorio di Agropoli, sul golfo di Salerno. Avranno visto e valutato che il luogo, la pianura fertile, il clima, il mare, in altre parole il paesaggio, era ciò che cercavano. Che senso potremmo dare ai templi inseriti tra le montagne di Zuglio? Zuglio ha un altro senso, sta bene là dove si trova, inserita nel proprio paesaggio, a guardia ed a supporto logistico di una importante via di comunicazione romana per il Norico.

Storia, archeologia, opere d’arte sono strettamente intrecciate con l’ambiente circostante. Mentre si sta disperatamente cercando, in vero da parte di pochi, tra i quali modestamente ci mettiamo, di dare una mano in soccorso della nave dei beni culturali che affonda cercando di tutelare il più possibile i resti archeologici sopravvissuti a decenni di incuria, è davanti agli occhi di tutti come il paesaggio che li circonda sia stato e continui ad essere pesantemente e continuamente travolto e trasformato da questa nostra generazione, che possiamo veramente chiamare “i nuovi vandali”.

Una politica dissennata, senza colori né bandiere di parte, da decenni sta distruggendo uno dei più grandi patrimoni culturali dell’umanità ed assieme ad esso una grandiosa risorsa per il nostro Paese. Non aspettiamoci risultati da voci che piovano dall’alto, è dalla gente comune, da noi tutti, che poi siamo titolari di quei beni, che deve nascere una protesta che deve essere continua, assillante, rumorosa come una pioggia che cade incessante. Tutto questo per quella parola oggi imbarazzante che si definisce “cultura” e di cui bisogna comprendere a fondo il significato. Scriveva Cicerone nel secondo libro delle Tuscolane: “Ut ager quamvis fertilis sine cultura fructuosus esse non potest, sic sine doctrina animus”. Traduzione: “Come il campo, per quanto fertile sia, non può dar frutti senza essere coltivato, così è l’animo senza educazione”.

Se poi lasci quel campo abbandonato a se stesso….  

EdyCommento personale all'articolo.

Se la SFA, così ben organizzata com’è, per bocca del suo presidente sente la necessità di esprimersi in questo modo vuol dire che il deterioramento dei rapporti con la politica e le istituzioni ha raggiunto livelli incredibili.

Il contenitore dell'archeologia si sta deteriorando sempre di più perchè l'etica istituzionale è malata.

Un tempo c'erano i nobili e il clero che facevano politica e cultura, raccoglievano, conservavano, scrivevano, ma soprattutto decidevano per tutti in materia, perchè erano gli unici a poterlo fare; il volgo, la gente era ignorante e non se ne poteva curare                        (per carità, non ne sentiamo proprio la nostalgia).

Oggi però il fardello dell'ignoranza è transitato dal popolo alla politica e ad una grossa parte del giornalismo.

Le persone normali (come quelle che compongono la SFA e le altre organizzazioni di volontariato) si trovano incastrate tra tre realtà ostili che fanno di tutto per deteriorare l'archeologia:

1) la politica ignorante, 2) il mondo accademico presuntuoso (non tutto per fortuna) che nega agli altri il diritto di opinione in materia, 3) la soprintendenza, barricata nel suo centro di potere burocratico, che non vuole o fatica a scendere a terra tra le persone comuni. 

Da un canto c'è il cittadino che tenta di sentire suo il bene archeologico, dall’altro la politica che dice di averlo a cuore, ma in realtà di esso non gliene frega niente, e il ministero che tutto fa tranne fare in modo che il cittadino possa partecipare alla sua salvaguardia, alla sua conservazione e alla sua fruizione.

Faccio archeologia da 32 anni e in tanto tempo non mi è mai capitato che uno dei funzionari del ministero o qualche accademico mi abbia detto: “ vieni che ti insegno qualcosa per fare meglio quel poco che sai fare così che il tuo impegno per la cultura possa valere di più”.

Non mi è mai capitato che qualcuno mi aiuti, che qualcuno mi insegni qualcosa, né ho sentito che sia successo ad altri;  dalla politica non mi sono mai aspettato niente, ma dal mondo accademico e dalla soprintendenza si!

Nel tempo di passi ne ho fatti tanti per cercare un rapporto costruttivo con le istituzioni e tanti altri come me hanno fatto lo stesso, ma non ho mai visto alcuna apertura, nessun segno di incoraggiamento, nessun cenno di dialogo, nessuna sincera stretta di mano al di fuori dei convenevoli d'obbligo, niente di niente.

Nonostante questo continuo a lavorare per l'archeologia come se questa appartenesse solo a me e alla gente comune, ma mi domando come sia possibile che il cittadino si impegni a salvaguardare anche il paesaggio che è il contenitore dell'archeologia se le basi, i punti di appoggio su cui fondare quest'opera immane sono marci in partenza?

 

Editoriale 

Prendi un alto funzionario della pubblica amministrazione, dagli la lista dei soprintendenti e il potere - d'accordo con l'assessore di turno - di farli ruotare a piacimento ogni quattro anni. È quanto succede in Sicilia, dove l'Assessorato dei Beni culturali e dell'Identità siciliana ha provveduto al periodico sommovimento nelle "sue" dieci soprintendenze. Questo significa che nella regione più grande d'Italia - forte dello statuto speciale, ma nella Penisola siamo sulla stessa strada con le soprintendenze statali - l'autorità politica può spostare i soprintendenti come birilli. Sinceramente non si scorge la lungimiranza di una simile pratica. Evitare collusioni e conflitti d'interesse in funzionari che occupano troppo a lungo la stessa poltrona? Migliorare la gestione collocando persone ogni volta più adatte nel posto giusto? Per il primo quesito viene da pensare "senti da che pulpito..." e comunque, se il problema fosse questo, non è più l'epoca del DDT. Quanto al secondo eventuale obiettivo è davvero il caso di stendere un velo pietoso: se uno avesse messo tutti quei nomi in un bussolotto e avesse estratto a sorte sarebbe andata meglio. Voglio citare solo il caso di Sebastiano Tusa, uno dei massimi esperti mondiali del Mediterraneo, che dalla Soprintendenza del Mare, da lui stesso fondata, è stato passato alla Soprintendenza di Trapani, dove operava ottimamente Giuseppe Gini, che invece è andato alla... Soprintendenza del Mare, e il caso di Rosalba Panvini che aveva portato la Soprintendenza di Caltanissetta a vertici di fama internazionale e che è andata a dirigere un paio di musei locali. E allora diciamolo a cosa servono questi rimescolamenti generali: a tenere sotto controllo gli unici funzionari che forti di cultura scientifica e potere tecnico possono limitare la logica elettorale dei politici di turno.     

Piero Pruneti
direttore di "Archeologia Viva"

 

Un ministero con il portafoglio vuoto

Non è per caso che il soprintendente ai beni archeologici del Friuli Venezia Giulia, partecipando ad un evento, si sia lamentato con i politici presenti del fatto che le acquisizioni di reperti abbiano quasi come unica fonte la ricerca di superficie e non lo scavo.  Ha fatto notare che la politica non si impegna per reperire quanto necessario per promuovere campagne archeologiche di scavo per portare ai musei reperti degni del loro nome.
Lo stesso soprintendente ha anche convocato gli istituti universitari, gli enti museali e le associazioni di volontariato regionali per valutare le reali possibilità (economiche) di riuscire a scavare.

Si perchè lo scavo ha un costo altissimo e ad esso sono ammesse solo quelle entità che sono in grado di produrre fondi (denaro), non per la loro capacità archeologica, ma per quella di saper mungere in qualche modo lo stato, le regioni o le fondazioni bancarie.
In definitiva la soprintendenza non ha soldi e non può fare nulla, è terribilmente impegnata a soprintendere il proprio stipendio, i costi di gestione della burocrazia e la difesa del proprio status continuamente minacciato dalle lotte intestine che la politica produce con i suoi ruffianismi.

Le associazioni di volontariato, uniche entità a non soffrire della crisi economica perchè lavorano gratuitamente, auspicano che in tale frangente si apra un po' di credito verso le loro attività, verso la valorizzazione del lavoro volontario, ma i loro auspici sono comunque destinati ad essere disattesi:
questa generazione di politici ottusi e incapaci non vorrà mai cedere la gestione anche di parte dei beni culturali alle associazioni o ai privati, non vorrà creare posti di lavoro privato nell'ambito della cultura, ma preferirà lasciar andare tutto allo sfascio nell'ottica del "tanto peggio tanto meglio".
              Muoia Sansone con tutti i Filistei!!!

 

Le associazioni archeologiche ed i beni culturali

Le associazioni archeologiche locali di volontariato nascono quasi sempre in seguito ad un ritrovamento, ad una scoperta, ad un evento significativo che segna un momento culturale importante di una città, di un territorio.

Ben presto imparano a destreggiarsi tra ricognizioni collettive, piccoli saggi di scavo, reperti e libri che riferiscono notizie storiche importanti. Con quello che trovano vorrebbero fare un museo nella loro città e spesso vanno in contrasto con le istituzioni che non permettono che nascano ovunque raccolte ed esposizioni.

Alcune associazioni vivono qualche anno e poi muoiono di morte naturale dimenticando lo spirito che le aveva fatte nascere;  altre invece, dopo essere riuscite a realizzare qualche piccolo progetto, si assestano nel loro essere e vivacchiano facendo di tanto in tanto qualcosa;  altre ancora, dopo qualche anno, si trasformano in fondazioni culturali che promuovono, che incentivano, che raccolgono fondi a favore, che pubblicano libri, ma che non fanno più ricerca attiva.
La realtà che sta davanti a noi è incredibile e patetica; di archeologia tra le associazioni non si parla quasi più e poi ci si meraviglia che sia poca la gente che si interessa di questa disciplina culturale e che alle conferenze che si tengono qua e la non partecipi nessuno.
Solo a chi ha pochi problemi e nulla da fare può venire in mente di occuparsene.

Quanto gretti e ignoranti sono i politici che ci governano!  Un popolo senza storia e senza riferimenti al passato è un popolo senza futuro!

Una timida apertura però sembra nascere nei progetti di alcune regioni a statuto speciale che sembra stiano dando credito alle associazioni e tentino di valorizzarle.  Sarà vero?

Il problema principale è la legislazione italiana in materia di beni culturali che impedisce l'esistenza di associazioni di privati cittadini libere di esercitare la ricerca archeologica e nello stesso tempo non garantisce nemmeno la sopravvivenza economica per coloro che  hanno inteso fare dell’archeologia una professione, costringendoli a stipendi da fame o all’esercizio di tutt’altra professione.

E non è la recessione economica la causa di tutto questo, ma la pessima gestione statale dei beni culturali, che impedisce di fatto qualsiasi mozione imprenditoriale, qualsiasi possibilità per i cittadini di accedere ad attività economiche improntate sui musei, sui reperti archeologici, sulle cose che lo stato si è arrogato proprietario a partire dal 1939.

Molto diversa avrebbe dovuto essere la legislazione, avrebbe sì dovuto impedire e vietare l’esportazione dei beni culturali, ma allo stesso tempo incentivare il cittadino alla loro valorizzazione e al loro sfruttamento economico come succede nelle nazioni civili ed evolute.

L’Italia, che ha beni culturali ovunque e più di ogni altra nazione al mondo, è totalmente incapace di gestire il suo patrimonio, di far lavorare migliaia di persone nell’ambiente dei musei e degli scavi e perfino di lasciar lavorare chi lo vuol fare gratuitamente.

 

Reperti di serie A e reperti di serie B

…"Purtroppo i materiali rinvenuti risultano essere privi di una qualsiasi contestualizzazione sia per il metodo usato per il loro rinvenimento, ossia la raccolta di superficie, sia per il fatto che in questa zona…."ecc ecc.

Questa è la classica frase atta a declassare i rinvenimenti degli archeologi dilettanti.

Ci si rammarica sempre che i materiali raccolti in superficie non possono godere del privilegio di essere stati trovati con cazzuolino e pennello da un dottore in archeologia in quel preciso centimetro quadrato dello scavo e in quella precisa unità stratigrafica minuziosamente documentata……. ma sono pur sempre dei degnissimi reperti antichi riferibili a precisi insediamenti, annotati con altrettanta cura dagli archeologi della domenica ai quali non può essere attribuita la causa della mancanza del contesto di scavo, ne si può pensare di accusare il contadino perchè ara la sua terra e sconvolge lo strato archeologico!
Sarebbe forse meglio lasciare la roba lì?

E poi non mi è mai capitato di vedere indicato sulle didascalie delle teche dei musei che questo o quel reperto provenga da uno scavo ufficiale o da un ritrovamento fortuito;  alla maggior parte dei visitatori non gliene frega niente, godono della bellezza del pezzo, lo ammirano e poi se ne vanno contenti.

La maggioranza degli oggetti esposti nei musei proviene da ritrovamenti casuali e non da scavi stratigrafici, però la provenienza non viene mai citata per convenienza.  Immaginiamo se tutti i reperti che non provengono da scavo venissero tolti dalle teche perchè classificati di serie B che magra figura ci farebbero quelli restanti di serie A?

I dottoretti di primo pelo a cui viene chiesto di curare qualche esposizione o mostra tipo quella dei Pesi di S. Vito al Tagliamento se proprio non possono fare a meno di farci rimarcare la declassata provenienza dei nostri ritrovamenti di superficie, siano altrettanto onesti da fare la conta di quanti siano i reperti di serie A e di quanti di serie B oppure la smettano di rifilarci la frasetta sulla contestualizzazione che ci fa venire la bile e i gironi cogliati!

 

Ci dicono di tutto, ma poi qualcuno corteggia il nostro hobby

Ho avuto occasione di parlare con molti studenti universitari del corso di lettere antiche e/o di archeologia ed ho potuto constatare quanto astio ci sia nei confronti di chi fa ricerca archeologica per diletto. I professori universitari hanno il dente avvelenato contro gli appassionati locali ed i gruppi archeologici territoriali ed inculcano netta testa degli studenti un odio scatenato verso queste persone.

Salvo doversene poi pentire, questi ragazzi manifestano una repulsione quasi viscerale nei confronti di chi esercita la ricerca e la raccolta di superficie passeggiando sui campi arati perchè spessissimo i dilettanti raccolgono molta più roba di loro.

Sono talmente plagiati e convinti che solamente lo scavo stratigrafico possa dare risultati importanti che non si rendono conto di quello che dicono e temono la concorrenza di gente senza titolo che lavora gratuitamente.

Però noi sappiamo che i luoghi integri dove poter esercitare lo scavo ce ne sono ben pochi, che il 95% degli insediamenti conosciuti si trovano in campi coltivati e sconvolti dalle arature, sappiamo che il ministero dei beni culturali è senza soldi, che di progetti culturali ad ampio respiro non ce ne sono, che se si fa ancora qualcosa è merito di finanziatori privati esteri, che la politica del turismo culturale in Italia fa schifo mentre dovrebbe essere ai vertici mondiali e che solo pochissimi italiani si rendono conto di avere tra le mani il più grande tesoro culturale del mondo, e pur avendo ottime idee, non viene data loro la benché minima opportunità di poter fare qualcosa.

E allora?

Allora molti studenti, dopo la laurea cambiano mestiere perchè difficilmente trovano lavoro, e quelli che tengono duro si rendono finalmente conto che non sono i dilettanti la causa dei loro guai perchè se ai dilettanti è fatto divieto di eseguire scavi, per gli archeologi è sconveniente e sminuente fare raccolta di superficie cosicché si accorgono che i due mondi non si incrociano, non si toccano, non si danneggiano, anzi possono convivere e perfino collaborare.

Ecco allora che qualche giovane archeologo, esplorando nuove inaspettate opportunità, entra in simbiosi con qualche gruppo di  dilettanti e collabora con loro traendone vantaggi...... in barba al bieco insegnamento universitario.