![]()
|
OPINIONI
Problemi di comunicazione in tempi di crisi (SFA) Non
parliamo ovviamente dei quotidiani, né dei mezzi audiotelevisivi, che
sono il tramite principale attraverso cui passa l’informazione con
lettere maiuscole. Parliamo di quei piccoli mezzi di cui si servono
associazioni, per la grandissima parte di volontariato (come la nostra),
gruppi, o qualsiasi realtà fatta di più persone con interessi comuni e
con il fine di comunicare a tutti gli aderenti i propri brani di vita
associativa, con progetti, attività, interessi, novità, proposte. Gian
Andrea Cescutti LA
CULTURA NON E’ PETROLIO di Francesco Bonami
La
Stampa del 23 giugno 2011 Se vogliamo
parlare di cultura eliminiamo prima di tutto una snervante affermazione:«I
beni culturali sono il nostro petrolio». Il petrolio è una materia che
la gente si trova per destino sotto i piedi. Avere il petrolio non è un
merito, ma un caso. Avere il petrolio è spesso una buona scusa per
nascondere imbarbarimento, inciviltà e dittature.
25°
anniversario di un libro che sembra non essere servito a nulla. Così
scriveva Serena Vitri nel 1986, in veste di soprintendente territoriale,
nella presentazione del libro: "RICERCHE STORICO - ARCHEOLOGICHE
NELLO SPILIMBERGHESE": La
zona oggetto dell'indagine era tra le più ingrate del Friuli da un punto
di vista archeologico: scarsissimi erano i complessi noti e studiati e
difficile l'opera della Soprintendenza, dotata di scarso personale e di
mezzi non sempre adeguati, e ostacolata dall'attività di ricercatori
abusivi, solo parzialmente tenuti a freno da gruppi locali ben
intenzionati. Tanto più meritorio si deve considerare pertanto il
lavoro promosso dal Comune di Spilimbergo e condotto dalla Cooperativa
Archeoproject. La ricerca, compiuta a contatto con docenti dell' Università
di Trieste e con la Soprintendenza Archeologica, che ha finanziato l'inventariazione
di parte dei materiali, ha portato a risultati di notevole rilievo e alla
formulazione di ipotesi stimolanti per quanto riguarda l'economia e
l'organizzazione del territorio di Spilimbergo tra preistoria e alto
medioevo. Di particolare interesse risulta la metodologia utilizzata
per la ricerca sul campo, ancora nuova per la nostra regione, ma applicata
con successo sia all'estero che, più recentemente, in varie regioni
d'Italia e comprendente: studio preliminare di carte topografiche e
pedologiche, e parallelamente di foto aeree, ricerche d'archivio, survey
sistematico, attuato anche con l'aiuto dei ricercatori locali più
sensibili e disposti alla collaborazione, rilevamento su
quadrettatura degli spargimenti superficiali relativi ai complessi
principali, catalogo completo di siti e reperti………. Basta
scorrere le pagine, in tale occasione tutti si ringraziarono tra di loro,
il comune con i suoi tecnici, la biblioteca civica, la provincia, la
regione, l'università, la soprintendenza, la cooperativa, tutti furono
lodati, tutti
tranne i ricercatori locali che,
senza limiti di disponibilità alla collaborazione, segnalarono i siti,
portarono i soci di Archeoproject in giro per i campi, e li aiutarono a
compilare la lista dei reperti. Sono
passati venticinque anni da allora e l'opera
si è rivelata praticamente inutile
perchè non è riuscita nemmeno a salvaguardare l'esistenza dei siti
segnalati, uno dei quali addirittura posto sotto vincolo archeologico
dall'ufficio tecnico comunale.
E questa sarebbe la tutela del patrimonio? C'è
da chiedersi se questo libro sia servito a qualcosa o no,
e se non sia ora che il comune e la biblioteca civica si attivino per
riscriverlo integrandolo delle parti mancanti.
E' necessario rinfrescare la coscienza dei cittadini, soprattutto
di quelli preposti a far rispettare le pubbliche normative, ma è
necessario farlo riscrivere a quei ricercatori che tanta parte hanno avuto
nella meritoria raccolta dei beni archeologici e delle informazioni sul
territorio spilimberghese,
per riparare al grosso torto fatto venticinque anni fa. Dalla rivista ARCHEOMEDIA maggio 2011 "Salvatore
Settis - La bellezza ingabbiata dallo Stato"
di Luca Nannipieri (Edizioni ETS, 2011, euro 8). Uno stralcio dell'Editoriale di "Archeologia Viva" di questo mese (maggio 2011) Avrei voluto parlare ancora del disastro dei beni culturali in
Italia, non certo imputabile a calamità naturali. Un disastro di normale
(mancata) amministrazione, di colpevole insensibilità, che ancora una
volta ci (s)qualifica davanti al mondo, come responsabili di un patrimonio
sterminato e magnifico, di cui altri, in altri Paesi, sarebbero lieti di
poter solo leccare le briciole. Di questo sfacelo (evidenziato dalle
dimissioni, prima, di Salvatore Settis e, di recente, di Andrea Carandini
dal Consiglio superiore per i Beni culturali) - i cui principali imputati
senza appello sono coloro che ci governano - si è parlato più volte in
questa sede, se ne è parlato e se ne parla dappertutto ed è quindi
inutile riparlarne ora. Rimane solo da sperare che qualcuno si converta
sulla via di Damasco oppure che se ne vadano tutti a casa e stiamo a
vedere chi viene. Peggio di così............ Risposta - proposta 11
maggio 2011
Società
Friulana di Archeologia
Bollettino n. 2 - Anno
XV - Aprile 2011 PAESAGGIO
E BENI ARCHEOLOGICI: due problemi o un unico problema? di
Gian Andrea Cescutti È
bene dire subito che si dovrebbe parlare di Beni culturali nel loro
insieme. Qui ci interessiamo di quel particolare settore dei beni che sono
i giacimenti archeologici. La loro conservazione è un problema immenso,
un dannato “problemaccio” moderno. Ma possiamo badare solamente alla
loro tutela, con tutto ciò che questa parola comporta, disinteressandoci
del paesaggio che li circonda, del territorio in cui essi “vivono”,
che poi si può identificare nella parola “paesaggio”? Una
intuizione che precorreva i tempi ma quanto mai attuale ora, anche se 90
anni fa si era lontani anni luce dagli odierni e continui attentati al
paesaggio. In questa ottica, dunque, il paesaggio è il contenitore, i
beni culturali, nel nostro caso i beni archeologici, il contenuto. Che si
fa? Contenitore
e contenuto vanno disgiunti per la loro valorizzazione e salvaguardia,
devono seguire vie diverse? Per capirci facciamo degli esempi. Potreste
mai immaginare voi i resti di Aquileia separati dall’ambiente in cui si
trovano? Separati dal fiume che la lambiva e che ne costituiva il porto?
Separata dalla laguna che la proteggeva verso il mare? Separata dal
territorio circostante che ne aveva creato la necessità di fondazione?
Separata dalle necessità storiche che su quel territorio avevano portato
Roma a fondare Aquileia? Sarebbe stata un'altra Aquileia. Perciò i resti
fisici della città ed il suo territorio costituiscono un tutt’uno e
come tali si deve cercare, nei limiti del possibile, di conservarli. Spesso
il territorio, o vogliamo chiamarlo paesaggio, creano la storia. Così
come viene difficile pensare, tanto per restare ai luoghi che conosciamo
meglio, che i grandi templi di Paestum avrebbero avuto lo stesso
significato se fossero sorti a, tanto per dire, Zuglio. Ci
sarà un motivo per cui i Greci li hanno costruiti laggiù, tra il fiume
Sele ed il promontorio di Agropoli, sul golfo di Salerno. Avranno visto e
valutato che il luogo, la pianura fertile, il clima, il mare, in altre
parole il paesaggio, era ciò che cercavano. Che senso potremmo dare ai
templi inseriti tra le montagne di Zuglio? Zuglio ha un altro senso, sta
bene là dove si trova, inserita nel proprio paesaggio, a guardia ed a
supporto logistico di una importante via di comunicazione romana per il
Norico. Storia,
archeologia, opere d’arte sono strettamente intrecciate con l’ambiente
circostante. Mentre si sta disperatamente cercando, in vero da parte di
pochi, tra i quali modestamente ci mettiamo, di dare una mano in soccorso
della nave dei beni culturali che affonda cercando di tutelare il più
possibile i resti archeologici sopravvissuti a decenni di incuria, è
davanti agli occhi di tutti come il paesaggio che li circonda sia stato e
continui ad essere pesantemente e continuamente travolto e trasformato da
questa nostra generazione, che possiamo veramente chiamare “i nuovi
vandali”. Una
politica dissennata, senza colori né bandiere di parte, da decenni sta
distruggendo uno dei più grandi patrimoni culturali dell’umanità ed
assieme ad esso una grandiosa risorsa per il nostro Paese. Non
aspettiamoci risultati da voci che piovano dall’alto, è dalla gente
comune, da noi tutti, che poi siamo titolari di quei beni, che deve
nascere una protesta che deve essere continua, assillante, rumorosa come
una pioggia che cade incessante. Tutto questo per quella parola oggi
imbarazzante che si definisce “cultura” e di cui bisogna comprendere a
fondo il significato. Scriveva Cicerone nel secondo libro delle Tuscolane:
“Ut ager quamvis fertilis sine
cultura fructuosus esse non potest, sic sine doctrina animus”.
Traduzione: “Come il campo,
per quanto fertile sia, non può dar frutti senza essere coltivato, così
è l’animo senza educazione”. Se poi lasci quel campo abbandonato a se stesso…. Edy
- Commento personale all'articolo. Se
la SFA, così ben organizzata com’è, per bocca del suo presidente sente
la necessità di esprimersi in questo modo vuol dire che il deterioramento
dei rapporti con la politica e le istituzioni ha raggiunto livelli incredibili. Il
contenitore dell'archeologia si sta deteriorando sempre di più perchè l'etica
istituzionale è malata. Un
tempo c'erano i nobili e il clero che facevano politica e cultura,
raccoglievano, conservavano, scrivevano, ma soprattutto decidevano per
tutti in materia, perchè erano gli unici a poterlo fare; il volgo, la
gente era ignorante e non se ne poteva curare
(per carità, non ne sentiamo proprio la nostalgia). Oggi
però il fardello dell'ignoranza è
transitato dal popolo alla politica
e ad una grossa parte del giornalismo. Le
persone normali (come quelle che compongono la SFA e le altre
organizzazioni di volontariato) si trovano incastrate tra tre realtà
ostili che fanno di tutto per deteriorare l'archeologia: 1)
la politica ignorante, 2) il mondo accademico presuntuoso (non tutto per
fortuna) che nega agli altri il diritto di opinione in materia, 3) la
soprintendenza, barricata nel suo centro di potere burocratico, che non
vuole o fatica a scendere a terra tra le persone comuni.
Da
un canto c'è il cittadino che tenta di sentire suo il bene archeologico,
dall’altro la politica che dice di averlo a cuore, ma in realtà di esso
non gliene frega niente, e il ministero che tutto fa tranne fare in modo
che il cittadino possa partecipare alla sua salvaguardia, alla sua
conservazione e alla sua fruizione. Faccio
archeologia da 32 anni e in tanto tempo non mi è mai capitato che uno dei
funzionari del ministero o qualche accademico mi abbia detto: “
vieni che ti insegno qualcosa per fare meglio quel poco che sai fare così
che il tuo impegno per la cultura possa valere di più”. Non
mi è mai capitato che qualcuno mi aiuti, che qualcuno mi insegni
qualcosa, né ho sentito che sia successo ad altri;
dalla politica non mi sono mai aspettato niente, ma dal mondo
accademico e dalla soprintendenza si! Nel
tempo di passi ne ho fatti tanti per cercare un rapporto costruttivo con
le istituzioni e tanti altri come me hanno fatto lo stesso, ma non ho mai
visto alcuna apertura, nessun segno di incoraggiamento, nessun cenno di
dialogo, nessuna sincera stretta di mano al di fuori dei convenevoli
d'obbligo, niente di niente. Nonostante
questo continuo a lavorare per l'archeologia come se questa appartenesse
solo a me e alla gente comune, ma mi domando come sia possibile che il
cittadino si impegni a salvaguardare anche il paesaggio che è il
contenitore dell'archeologia se le basi, i punti di appoggio su cui
fondare quest'opera immane sono marci in partenza? Editoriale Prendi
un alto funzionario della pubblica amministrazione, dagli la lista dei
soprintendenti e il potere - d'accordo con l'assessore di
turno - di farli ruotare a piacimento ogni quattro
anni. È quanto succede in Sicilia, dove l'Assessorato dei Beni culturali
e dell'Identità siciliana ha provveduto al periodico sommovimento nelle
"sue" dieci soprintendenze. Questo significa che nella regione
più grande d'Italia - forte dello statuto speciale, ma nella Penisola
siamo sulla stessa strada con le soprintendenze statali - l'autorità
politica può spostare i soprintendenti come birilli. Sinceramente non si
scorge la lungimiranza di una simile pratica. Evitare collusioni e
conflitti d'interesse in funzionari che occupano troppo a lungo la stessa
poltrona? Migliorare la gestione collocando persone ogni volta più adatte
nel posto giusto? Per il primo quesito viene da pensare "senti da che
pulpito..." e comunque, se il problema fosse questo, non è più
l'epoca del DDT. Quanto al secondo eventuale obiettivo è davvero il caso
di stendere un velo pietoso: se uno avesse messo tutti quei nomi in un
bussolotto e avesse estratto a sorte sarebbe andata meglio. Voglio citare
solo il caso di Sebastiano Tusa, uno dei massimi esperti mondiali del
Mediterraneo, che dalla Soprintendenza del Mare, da lui stesso fondata, è
stato passato alla Soprintendenza di Trapani, dove operava ottimamente
Giuseppe Gini, che invece è andato alla... Soprintendenza del Mare, e il
caso di Rosalba Panvini che aveva portato la Soprintendenza di
Caltanissetta a vertici di fama internazionale e che è andata a dirigere
un paio di musei locali. E allora diciamolo a cosa servono questi
rimescolamenti generali: a tenere sotto controllo gli unici funzionari che
forti di cultura scientifica e potere tecnico possono limitare la logica
elettorale dei politici di turno. Piero
Pruneti Un
ministero con il portafoglio vuoto Non
è per caso che il soprintendente ai beni archeologici del Friuli Venezia
Giulia, partecipando ad un evento, si sia lamentato con i politici
presenti del fatto che le acquisizioni di reperti abbiano quasi come unica
fonte la ricerca di superficie e non lo scavo.
Ha fatto notare che la politica non si impegna per reperire quanto
necessario per promuovere campagne archeologiche di scavo per portare ai
musei reperti degni del loro nome. Si
perchè lo scavo ha un costo altissimo e ad esso sono ammesse solo quelle
entità che sono in grado di produrre fondi (denaro), non per la loro
capacità archeologica, ma per quella di saper mungere in qualche modo lo
stato, le regioni o le fondazioni bancarie. Le
associazioni di volontariato, uniche entità a non soffrire della crisi
economica perchè lavorano gratuitamente, auspicano che in tale frangente
si apra un po' di credito verso le loro attività, verso la valorizzazione
del lavoro volontario, ma i loro auspici sono comunque destinati ad essere
disattesi:
Le
associazioni archeologiche ed i beni culturali Le
associazioni archeologiche locali di volontariato nascono quasi sempre in
seguito ad un ritrovamento, ad una scoperta, ad un evento significativo
che segna un momento culturale importante di una città, di un territorio. Ben
presto imparano a destreggiarsi tra ricognizioni collettive, piccoli saggi
di scavo, reperti e libri che riferiscono notizie storiche importanti. Con
quello che trovano vorrebbero fare un museo nella loro città e spesso
vanno in contrasto con le istituzioni che non permettono che nascano
ovunque raccolte ed esposizioni. Alcune
associazioni vivono qualche anno e poi muoiono di morte naturale
dimenticando lo spirito che le aveva fatte nascere;
altre invece, dopo essere riuscite a realizzare qualche piccolo
progetto, si assestano nel loro essere e
vivacchiano facendo di tanto in tanto qualcosa;
altre ancora, dopo qualche anno, si
trasformano in fondazioni culturali che promuovono, che incentivano, che
raccolgono fondi a favore, che pubblicano libri, ma che non fanno più
ricerca attiva. Quanto
gretti e ignoranti sono i politici che ci governano!
Un
popolo senza storia e senza riferimenti al passato è un popolo senza
futuro! Una
timida apertura però sembra nascere nei progetti di alcune regioni a
statuto speciale che sembra stiano dando credito alle associazioni e
tentino di valorizzarle. Sarà
vero? Il
problema principale è la legislazione italiana in materia di beni
culturali che impedisce l'esistenza di associazioni di privati
cittadini libere di esercitare la ricerca archeologica e nello stesso
tempo non garantisce nemmeno la sopravvivenza economica per coloro che hanno inteso fare dell’archeologia una professione,
costringendoli a stipendi da fame o all’esercizio di tutt’altra
professione. E
non è la recessione economica la causa di tutto questo, ma la pessima
gestione statale dei beni culturali, che impedisce di fatto qualsiasi
mozione imprenditoriale, qualsiasi possibilità per i cittadini di
accedere ad attività economiche improntate sui musei, sui reperti
archeologici, sulle cose che lo stato si è arrogato proprietario a
partire dal 1939. Molto
diversa avrebbe dovuto essere la legislazione, avrebbe sì dovuto impedire
e vietare l’esportazione dei beni culturali, ma allo stesso tempo
incentivare il cittadino alla loro valorizzazione e al loro sfruttamento
economico come succede nelle nazioni civili ed evolute. L’Italia,
che ha beni culturali ovunque e più di ogni altra nazione al mondo, è
totalmente incapace di gestire il suo patrimonio,
di far lavorare migliaia di persone nell’ambiente dei musei e degli
scavi e perfino di lasciar lavorare chi lo vuol fare gratuitamente.
Reperti di serie A e
reperti di serie B …"Purtroppo i
materiali rinvenuti risultano essere privi di una qualsiasi
contestualizzazione sia per il metodo usato per il loro rinvenimento,
ossia la raccolta di superficie, sia per il fatto che in questa
zona…."ecc ecc. Questa è la classica
frase atta a declassare i rinvenimenti degli archeologi dilettanti. Ci si rammarica sempre
che i materiali raccolti in superficie non possono godere del privilegio
di essere stati trovati con cazzuolino e pennello da un dottore in
archeologia in quel preciso centimetro quadrato dello scavo e in quella
precisa unità stratigrafica minuziosamente documentata……. ma sono pur
sempre dei degnissimi reperti antichi riferibili a precisi insediamenti,
annotati con altrettanta cura dagli archeologi della domenica ai quali non
può essere attribuita la causa della mancanza del contesto di scavo, ne
si può pensare di accusare il contadino perchè ara la sua terra e
sconvolge lo strato archeologico! E poi non mi è mai
capitato di vedere indicato sulle didascalie delle teche dei musei che
questo o quel reperto provenga da uno scavo ufficiale o da un ritrovamento
fortuito; alla maggior parte
dei visitatori non gliene frega niente, godono della bellezza del pezzo,
lo ammirano e poi se ne vanno contenti. La maggioranza degli
oggetti esposti nei musei proviene da ritrovamenti casuali e non da scavi
stratigrafici, però la provenienza non viene mai citata per convenienza.
Immaginiamo se tutti i reperti che non provengono da scavo
venissero tolti dalle teche perchè classificati di serie B che magra
figura ci farebbero quelli restanti di serie A? I dottoretti di primo pelo a cui viene chiesto di curare qualche esposizione o mostra tipo quella dei Pesi di S. Vito al Tagliamento se proprio non possono fare a meno di farci rimarcare la declassata provenienza dei nostri ritrovamenti di superficie, siano altrettanto onesti da fare la conta di quanti siano i reperti di serie A e di quanti di serie B oppure la smettano di rifilarci la frasetta sulla contestualizzazione che ci fa venire la bile e i gironi cogliati!
Ci
dicono di tutto, ma poi qualcuno corteggia il nostro hobby Ho
avuto occasione di parlare con molti studenti universitari del corso di
lettere antiche e/o di archeologia ed ho
potuto constatare quanto astio ci sia nei confronti di chi fa ricerca
archeologica per
diletto. I professori universitari hanno il dente avvelenato contro gli
appassionati locali ed i gruppi archeologici territoriali ed inculcano
netta testa degli studenti un odio
scatenato verso queste persone. Salvo
doversene poi pentire, questi
ragazzi manifestano una repulsione quasi viscerale nei confronti di
chi esercita la ricerca e la raccolta di superficie passeggiando sui campi
arati perchè spessissimo i
dilettanti raccolgono molta più roba di loro. Sono
talmente plagiati e convinti che solamente lo scavo stratigrafico possa
dare risultati importanti che non si rendono conto di quello che dicono e
temono la concorrenza di gente senza titolo che lavora gratuitamente. Però
noi sappiamo che i luoghi integri dove poter esercitare lo scavo ce ne sono ben pochi,
che il 95% degli insediamenti conosciuti
si trovano in campi coltivati e sconvolti dalle arature, sappiamo che il
ministero dei beni culturali è senza soldi, che di
progetti culturali ad ampio respiro non ce ne sono, che se si fa
ancora qualcosa è merito di finanziatori privati esteri, che la
politica del turismo culturale in Italia fa schifo mentre dovrebbe essere
ai vertici mondiali e che solo pochissimi italiani si rendono conto di
avere tra le mani il più grande tesoro culturale del mondo, e pur avendo ottime idee,
non viene
data loro la benché minima opportunità di poter fare qualcosa. E
allora? Allora
molti studenti, dopo la laurea cambiano mestiere perchè difficilmente
trovano lavoro, e quelli che tengono duro si rendono finalmente conto che
non sono i dilettanti la causa dei loro guai perchè se ai dilettanti è
fatto divieto di eseguire scavi, per gli archeologi è sconveniente e
sminuente fare raccolta di superficie cosicché si accorgono che i due
mondi non si incrociano, non si toccano, non si danneggiano, anzi possono convivere e perfino collaborare.
|
![]()