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Gli ornamenti delle donne romane dell'antica Pompei


Ritratto di donna (c.d. Saffo). Pompei (ora Museo Archeologico di Napoli)
L'uso dei gioielli realizzati in oro e gemme, vide un notevole incremento verso la fine dell'età repubblicana e soprattutto a partire dall'eta augustea (27 a.C.-14 d.C.), quando si erano consolidati e ampliati i mercati orientali da cui provenivano le pietre preziose. Soprattutto le perle, pescate nell'Oceano Indiano e nel Mar Rosso, furono oggetto, stando alle fonti letterarie, di una vera bramosia da parte delle donne, usate non solo nei gioielli, ma anche per ornare i vestiti e addirittura i calzari. Questa è la situazione descritta, con biasimo, da alcuni scrittori del tempo che riferiscono della follia delle donne per le gemme (Tacito, Annali, III, 53) e che lamentano il grande sperpero di denaro dovuto al loro acquisto (Plinio, Storia Naturale, XII, 84).

Molto amati erano anche gli smeraldi, provenienti per lo più da miniere egiziane, i granati e i diaspri, gemme che, con i loro colori vividi, creavano un forte e apprezzato contrasto con l'oro.
E' questo metallo, infatti, il componente principalmente usato per i monili, molto più dell'argento e di materiali poveri come il bronzo. Per la maggior parte degli ornamenti dunque, ad eccezione delle collane e degli spilloni per i capelli, viene usato l'oro, preferendolo a materiali più economici, come se vi fosse uno scarso interesse per quella che oggi definiamo "bigiotteria".

E' da sottolineare tuttavia, che la testimonianza degli autori antichi si riferisce al ceto elevato della società romana, quasi sempre con intento moralistico e di biasimo. E' a questa categoria che sono da riportare le notizie relative a gioielli di grande pregio e ricchezza e all'uso sovrabbondante di ornamenti, come il noto passo di Plinio il Vecchio in cui si descrive Lollia Paolina"... ricoperta di smeraldi e perle ... con gioielli risplendenti sulla testa, nei capelli, sul collo, alle orecchie e alle dita... " (Plinio, Storia Naturale, IX, 117 sg.).

La maggior parte degli esemplari pervenutici sono quelli dalle città vesuviane che documentano quanto normalmente posseduto in una città di provincia da ceti medi, patrimoni che, anche quando di ricchezza superiore alla media locale, si distinguono non tanto per la particolare raffinatezza e pregio dei singoli monili quanto per la loro quantità. Ago crinale in argento con amorinoSono questi i limiti cronologici (I secolo d.C.) e associativi (un ceto medio di città secondarie) della maggior parte delle testimonianze nel quadro che viene presentato.
L'uso di ornare il capo è da mettere in relazione anche alle diverse fogge della pettinatura, innumerevoli secondo Ovidio (L'arte di amare, III, 133 - 152). 
Strettamente connessi all'acconciatura, che contribuivano a tenere ferma, sono gli esemplari conservati di aghi crinali e reticelle: queste ultime (reticula o retiola aurea), in sottili fili d'oro talvolta arricchiti da gemme, dovevano essere poco frequenti  per il loro costo) e rari (per la loro delicatezza).

Scarse, peraltro, sono anche le testimonianze iconografiche relative a questo tipo di ornamento, che è raffigurato in alcuni affreschi di Pompei ed Ercolano, prevalentemente indossato da personaggi mitologici.
Molto più diffuso era l'acus crinalis, lo spillone che fissava la pettinatura sulla parte posteriore del capo, caratterizzato da prese di molteplici forme: una ghianda, una pigna, un bocciolo, un busto femminile o addirittura un'intera figura miniaturistica (ad esempio un erote o una Venere). La sua notevole diffusione nelle acconciature e documentata dal considerevole numero di esemplari restituiti dall'area vesuviana ma, diversamente da altri ornamenti  (quali gli anelli, gli orecchini e i bracciali) gli aghi crinali più numerosi sono fatti di materiali meno preziosi, come l'osso o l'argento, piuttosto che oro. Tra questi ultimi, sono di grande eleganza quelli con presa a forma di vaso (un cratere), decorato da una gemma. E' da ricordare l'elegante esemplare in vetro, proveniente dalla villa di Crassio Terzio ad Oplontis, che costituisce un unicum dall'area vesuviana.

Diadema in oro e perle. PompeiL'acconciatura del capo poteva essere completata da un diadema. L'area vesuviana ha restituito un solo splendido esemplare in lamina d'oro traforata nella quale sono incastonate grandi perle barocche, attributo esclusivo delle donne di rango molto elevato.

Molto più diffusi e ampiamente documentati sono gli orecchini (inaures). Staccandosi dal contorno del viso, l'orecchio (e in particolare il lobo) sembra essere sede naturale per collocarvi un ornamento e gli orecchini sono da sempre oggetti di abbellimento presso ogni civiltà. Spesso gli autori antichi,  riferiscono essere uno dei monili più amati dalle donne che facevano a gara per possederne di sempre più preziosi, attirando le critiche ed i rimproveri dei "benpensanti": "... non appesantite le orecchie con gemme costose... spesso ci mettete in fuga con il lusso attraverso il quale cercate di attirarci" (Ovidio, L'arte di amare, III, 129 - 131). 
Non sorprende quindi che anche nell'area vesuviana siano l'ornamento più largamente attestato (dopo gli anelli), con una notevole varietà di modelli che trovano riscontri anche in altre parti del mondo romano coevo.

orecchini in oro. OplontisIl tipo più diffuso nel ceto medio è quello a forma di spicchio di sfera, costituito da una lamina d'oro sagomata alla quale e saldato un gancio a doppia curva per appenderlo all'orecchio. 
Esso è fra i pochissimi modelli a non avere influssi ellenistici: è ritenuto invenzione degli orefici campani ed è caratterizzato dall'ampia superficie liscia che sembra essere uno dei motivi preferiti dall'arte orafa romana. Ve ne sono però alcuni, in percentuale molto bassa, decorati con  puntinatura  a sbalzo, economica imitazione della più complessa tecnica della granulazione.

Ma i più ambiti e di gran moda, documentati anche nelle fonti iconografiche, sono gli orecchini con pendenti di perle. Di essi parlano le fonti letterarie, criticandone lo sperpero di denaro necessario per acquistarli. All'autore sopra citato si può aggiungere Giovenale: " La donna crede di potersi permette tutto ... quando appende grandi perle alle orecchie, allungandole per il troppo peso". (Satire, VI, 457 - 459). Il pendente poteva essere costituito da un'unica perla, magari di grandi dimensioni, o da due o tre perle o anche da più coppie di perle: "... non ci si limita ad accostare una sola grande perla ad ogni orecchio ... le orecchie sono ormai abituate a sostenere grandi pesi: si uniscono e si sovrappongono coppie a coppie di perle (Seneca. Benefici, VII, 9, 4). Egli si riferiva probabilmente al tipo crotalia, per il tintinnio che le perle producevano urtandosi fra loro. I modelli con più di due perle non sono documentati nell'area vesuviana e dovevano essere prerogativa del ceto più elevato per il loro notevole costo.

orecchini in oro e gemme. OplontisDi grande effetto sono gli orecchini detti "a grappolo" o "a canestro"e ancora una volta con le gemme quale elemento fondamentale e caratterizzante, costituiti da un telaio a rete, in filo o in lamina d'oro, di forma emisferica, nel quale sono fittamente inserite perline o altre gemme. 
Le varianti di questo modello rappresentano per ora degli unica, in cui il canestro e costituito da castoni saldati fra loro (da Oplontis) o in cui la bellezza dell'orecchino e affidata esclusivamente all'eleganza della reticella che forma il canestro, senza gemme (da Ercolano).
Venere con orecchini di perle. Pompei, Insula occidentalisAlquanto diffuso, fino al III secolo d.C. è anche l'orecchino di derivazione ellenistica costituito da un semplice anello in filo d'oro, a volte decorato con piccole gemme, dal quale pende un filo in oro desinente con una perlina o altra pietra.

Nell'area vesuviana le collane sono comuni quasi quanto gli orecchini, ma diversamente da altri monili, sono rare quelle in materiale pregiato e molto più frequenti quelle in materiale povero come la pasta di vetro probabilmente perchè in oggetti che richiedevano gran quantità di materiale il costo diventava eccessivo.  Si ricorreva perciò alla "bigiotteria". orecchini in oro e perle. PompeiIl tipo più ricorrente, diverso solo per la maggiore o minore lunghezza, è costituito da grani sferoidali di colore turchese, solcati da costolature longitudinali.  Un modello analogo, ma con grani lisci in cristallo di rocca, è documentato da due esemplari ad Ercolano, da dove provengono anche due collane con vaghi di materiali vari, variamente composti. 

Collana in oro e smeraldi con pendente a lunula. OplontisLe altre collane documentate sono in oro, talvolta arricchito da gemme. Le più frequenti sono quelle più sobrie e meno costose: un semplice girocollo in oro, provvisto di un pendente. 
Il pendente è quasi sempre una lunula (un piccolo crescente lunare)  amuleto che, secondo Plauto (Epidicus, 639), si usava regalare alle fanciulle in occasione della loro nascita e che era indossato prevalentemente dalle ragazze e dalle donne non sposate. Altri modelli potevano essere ottenuti variando il tipo dei pendente, la forma delle gemme, il tipo di chiusura, creando collane sempre diverse anche se composte dagli stessi elementi costitutivi.
Le maglie delle catenine erano generalmenteCollana in pasta vitrea costituite da elementi in lamina o in filo tagliati a forma di 8, ripiegati e inseriti gli uni negli altri. Nel primo caso, la catena che ne derivava era piatta; nel secondo (questo tipo di maglia è definito loop in loop) assumeva una sezione quadrangolare. Negli esemplari più elaborati le catene in filo potevano essere a maglie multiple, così da formare cordoncini di vario spessore. Abbastanza diffusa era anche la catena formata da maglie a
non ripiegate, in filo molto grosso. Più rare le collane con grani, in lamina d'oro, sferoidali o ovoidali più o meno allungati. Le chiusure sono spesso dei semplici ganci,  a volte mascherati da borchie di varia forma.
Un effetto migliore poteva essere ottenuto arricchendo il giro collo con pietre preziose, più o meno fitte e agganciate in vario modo, che conferivano al monile una nota cromatica molto apprezzata. Si trattava spesso, come è documentato anche nella regione vesuviana, di smeraldi, in genere a forma di prisma, talvolta alternati a perline. Provenienti soprattutto da miniere egiziane, gli smeraldi erano molto desiderati "... per molte cause, ma certamente perché di nessun colore l'aspetto è più gradevole .... i soli che fra le gemme soddisfano lo sguardo senza saziarlo" (Plinio, Storia Naturale, XXX, 7,16).
Un modello di notevole effetto e di grande pregio è quello costituito da più catene di maglia in filo accostate, così da costituire un nastro sul quale sono fissate le pietre preziose. Sono noti solo pochissimi esemplari, due dei quali dall'area vesuviana.

Collana in oro, smeraldi e perle dal fondo Valiante (ora al Museo Archeologico di Napoli)La collana con grandi perle barocche alternate a smeraldi a forma di prisma, spicca con uno sfarzo che ne accresce l'eleganza. Dall'area vesuviana provengono anche otto esemplari di collane di grande lunghezza, con maglie in lamina o in filo. Particolarmente eleganti sono quelle costituite da una fila di foglie in lamina, come lo splendido esemplare rinvenuto nella Villa di Diomede a Pompei. Di grande valore e bellezza è la collana recentemente trovata negli scavi in località Moregine, nel suburbio di Pompei, il cui lunghissimo laccio (cm. 242) è costituito da una maglia multipla del tipo loop in loop.
Potevano essere indossate semplicemente avvolte in più giri attorno al collo e poggiate sulle spalle oppure poggiate sulle spalle e incrociate sul petto e sul dorso, con le borchie nei punti di incrocio, come è documentato in alcune fonti iconografiche. 
Forse, a questo tipo di ornamento si riferisce il passo di Plinio che deplora l'eccesso di lusso delle catenae d'oro che corrono lungo i fianchi (Plinio, Storia Naturale, XXXIII,12, 40).Ritratto di donna con gioielli. Necropoli del Fayyum - Egitto

Stando a quanto documentato dai ritrovamenti archeologici e, in qualche misura, anche dalle fonti letterarie, i bracciali (armille), sebbene di antichissima origine, non erano fra gli ornamenti più diffusi: gli esemplari documentati nell'area vesuviana sono di numero nettamente inferiore agli orecchini e anche alle collane, se si tiene conto anche di quelle in pasta vitrea. Eppure, il loro impiego era più vario di quello attuale, dal momento che si usava indossarli sia alle braccia che ai polsi ed anche alle caviglie (periscelides) Sono quasi sempre in oro, pochi quelli in argento e ancor meno quelli in bronzo. Negli esemplari in oro, spesso la verga non è piena ma costituita da una lamina. Il modello prevalente nella zona fra Pompei ed Ercolano, è quello a serpente, generalmente con il corpo del rettile avvolto in una o più spire, più raramente a due teste affrontate. In questi tipi di armille si trovano diverse varianti che, come è stato ipotizzato, avrebbero anche una diversità cronologica: Collana lunga in oro con pendente a lunula. ErcolanoLe armille con verga a nastro avvolta in spire e teste di serpe divergenti alle due estremità del bracciale, (come quella trovata nella casa del Fauno a Pompei), sembrano essere del I secolo a.C.; quelle sempre con verga a nastro ma con una sola testa, sarebbero invece da collocare in età augustea; mentre gli esemplari con verga tonda, sarebbero pertinenti al I sec. d.C. inoltrato. Se tale ipotesi rispondesse al vero, la sopravvivenza di un monile del I secolo a.C. fino al 79 d.C. documenterebbe anche l'usanza dei "gioielli di famiglia" conservati per più generazioni.
A questa armilla è stato dato un significato apotropaico e religioso che veniva attribuito al serpente, simbolo di fecondità e legato al mondo dionisiaco e isiaco oltre che a divinità salutari, quali Asclepio.

Gamba fittile votiva con caviglieraGli esemplari mostrano la cura con cui sono stati realizzati, nel corpo assottigliato verso la coda nelle scaglie della pelle, nella testa accuratamente modellata e negli occhi costituiti da perline di pasta vitrea.
Frequenti sono anche le armille con semplice verga tonda e cava, spesso riempita di resina o altro materiale per ottenere una maggiore solidità, solo con un castone liscio, appena accennato;  altre possono recare una o più pietre di smeraldo che fanno da contrasto cromatico fra l'oro e il colore della gemma.
Un altro modello tipico di questo periodo è il bracciale costituito da una serie di calotte ovoidali o coppie di calotte semisferiche agganciate fra loro.
La diffusione di questo tipo di bracciale, che ricorda quello degli orecchini a spicchio di sfera e delle armille a verga tonda, è legata al gusto tipico dell'oreficeria romana fra il I secolo a.C. e il I d.C., che predilige ampie superfici lisce alle superfici increspate da fitte granulazioni e filigrane proprie del mondo etrusco ed ellenistico.Collana lunga in oro. Oplontis  Modelli più rari sono le armille con verga a nastro e castone decorato a sbalzo o quelle a maglie rigide. 

L'ornamento più diffuso tra la popolazione è l'anello, presente in quasi tutti i contesti dove spesso è l'unico esistente, come è attestato dalla grande quantità di esemplari trovati nell'area vesuviana rispetto a quella di altri monili. Era frequentemente indossato, e con uso smodato, anche dagli uomini, come ricordano con ironia alcuni epigrammi di Marziale: "... Charinus porta sei anelli ad ogni dito" (XI, 59) ; ":.. chi sarà quel ricciutello ..: che porta ad ogni dito un anellino..." (V, 61); "Il mio Stella ... porta sardonici, smeraldi, diamanti e diaspri ad ogni dito" (V,11). 
La sua diffusione è legata dal fatto che non venne mai meno il suo significato simbolico (anello di fidanzamento o coniugale o anche regalo di compleanno per le donne). L'anello aveva anche la funzione di sigillo e per questo si rinvengono molti anelli con castone o con gemma incisa.
Come per gli orecchini e le armille, anche per questo oggetto si preferiva la realizzazione in oro, mentre pochissimi esemplari sono in argento o ferro e ancor meno in bronzo. Dirce con collana lunga incrociata sul petto. Pompei, Casa dei Vettii
Tra i vari modelli documentati prevalgono nettamente gli anelli con il castone decorato da una gemma, spesso incisa; la verga è liscia e per lo più cava, era realizzata con una lamina  riempita con resina o altra sostanza che le conferiva maggiore solidità. 
Le gemme più usate erano smeraldi, prasii, granati, ametiste, niccoli, quarzi, ma soprattutto corniole, queste ultime quasi sempre incise. L'utilizzo della corniola è dovuto al suo minor costo (non a caso è quella sempre usata negli anelli in ferro) ed ha la caratteristica di non attaccarsi alla cera, se impiegata come sigillo (Plinio, Storia Naturale, XXXVII, 30 - 31).
Un altro modello di anello a larga diffusione è quello con verga liscia che si allarga verso un castone, tipo definito liscio o inciso.
Relativamente poco numerosi invece gli esemplari trovati nell'area vesuviana del più caratteristico degli anelli: quello a corpo di serpente, nelle varianti a due teste affrontate, talvolta con una patera nella bocca o con il rettile avvolto in spire. Il significato della forma è simile a quello delle analoghe armille. Si può osservare inoltre che per questo tipo di anello gli esemplari in oro sono nettamente inferiori a quelli in argento o bronzo. Il dato appare troppo netto per essere casuale: si potrebbe ipotizzare che questo tipo di anello avesse un valore simbolico particolare e che fosse legato a certe categorie di persone.
Non sembrano essere stati particolarmente apprezzati gli anelli a semplice cerchio, con verga a sezione circolare liscia o più raramente godronata. Ancora più rari quelli in cui la verga si sdoppia formando due anelli con castoni lisci combacianti.

Armilla a semisfere in oro e orecchini a spicchio di sferaEsaminati i modelli maggiormente in uso, potrebbe essere di grande interesse ricostruire come i monili venissero indossati dalle antiche romane pompeiane o, per meglio dire, in quale combinazione e in quale misura.
Pur nel loro fondamentale valore documentario, i dati archeologici dell'area vesuviana non sono particolarmente illuminanti, dal momento che solo poche volte i monili sono stati rinvenuti indossati. 
Più spesso infatti essi erano accanto ai corpi delle vittime dell'eruzione, ma non indossati, portati in piccoli contenitori assieme a monete e altri oggetti di pregio. 

Significativa è la testimonianza offerta dalle fonti letterarie e iconografiche. Queste descrivono o mostrano i tipi, le quantità e il modo di indossare i gioielli. Ma sia le une che le altre sono lontane dalla realtà alla quale ci riporta la documentazione vesuviana. 
Le fonti letterarie infatti, riportano le notazioni critiche e ironiche degli scrittori del tempo quasi sempre fortemente satiriche verso il lusso smodato, e si riferiscono alle classi più ricche di Roma, come ad esempio il divertente passo di Petronio "... Fortunata si tolse le armille dalle sue braccia grassissime per mostrarle all'ammirazione di Scintilla. Alla fine si tolse anche i cerchi dalle caviglie e la reticella d'oro dai capelli ..." (Satyricon, LXVII). Queste parole sono relative a casi eccezionali e non ad un costume ricorrente.
Le fonti iconografiche, nella maggior parte dei casi, sono costituite dalle pitture parietali che raffigurano scene mitologiche derivanti da modelli della pittura greca, variamente rielaborati nelle officine dei pittori locali. Tale abitudine invalida il valore delle testimonianze iconografiche. 
Trattandosi di rielaborazioni derivanti da pitture di epoca precedente, i monili raffigurati potrebbero documentare mode più antiche del I secolo d.C. e le figure mitologiche potrebbero essere inserite in un contesto fuori dalla realtà di quel tempo. Si può pensare che il pictor esaltasse i vari personaggi con una ricchezza di ornamenti maggiore che nella realtà, come documentato dal notevole numero di figure ornate con diademi e collane, rispetto alla reale frequenza con cui tali gioielli ricorrono nella documentazione archeologica.

Anello a serpente in oroLa pittura popolare è più rappresentativa al riguardo, dal momento che raffigura scene di vita quotidiana e sebbene rara, propone veri e propri ritratti. In questo tipo di pittura, si riscontra raramente la presenza di monili come ad esempio la c.d. Saffo (pittura raffigurante un ritratto femminile di Pompei) con la capigliatura racchiusa in una reticella d'oro.
Una quantità di raffigurazioni di grande interesse è costituita da ritratti dipinti su tavola che venivano collocati sui defunti in alcune necropoli di culto egiziano e relativi al I - II - III secolo d.C.,  alcuni di essi quindi pertinenti all'argomento e al periodo. Significativa la presenza di collane ed orecchini nei ritratti femminili.

Queste immagini documentano tipologie note in area vesuviana e altrove nel mondo romano, come ad esempio gli orecchini a spicchio di sfera. La parure con orecchini e collana in materiali preziosi sembrerebbe far parte della consuetudine però bisogna considerare che questi tipi di pitture sono legate al ceto più elevato, che poteva permettersi la spesa dell'imbalsamazione e della realizzazione di un ritratto. Anello in bronzo con castone inciso
Anche questa documentazione è relativa ad una fascia sociale molto elevata, diversa da quella mediamente presente nell'area vesuviana.

Pur senza trascurare l'importanza delle testimonianze sopra esaminate, i dati che si ricavano non sembrano essere di valore assoluto, ma solo degli elementi che possono contribuire a delineare il quadro complessivo unitamente ai dati archeologici:
Notevole è la frequenza degli anelli, generalmente in oro, motivata dal fatto che, come si è detto, anche gli uomini li indossavano. Una quantità rilevante di collane e di orecchini, se si includano anche quelle in materiali più o meno poveri. Un numero nettamente inferiore di armille e ancora più modesto di aghi crinali, anche considerando quelli in materiali poveri come l'osso. Rari infine i diademi.

Anello in oro con gemma incisaPossiamo dunque concludere che gli oggetti di ornamento ricercati dalle donne dell'epoca erano quelli da sempre conosciuti: collane, orecchini, bracciali e anelli; questi ultimi indossati in più di un esemplare per ciascuna mano. Solo raramente nella società vesuviana era possibile permettersi una parure completa in materiali preziosi. Il più delle volte, le donne dovevano accontentarsi di anelli e orecchini di semplice fattura e di qualche modesta collana in pasta di vetro.

Cenni bibliografici:
C. Barini,
Ornatus muliebris. I gioielli e le antiche romane, Torino 1958
A. D'Ambrosio E. De Carolis,
I monili dall'area vesuviana, Roma 1997
A. D'Ambrosio,
I monili dallo scavo di Moregine, in MEFRA 113, 2001, pp. 967-980
A. D'Ambrosio,  
Gli ornamenti femminili dall'area vesuviana
in Aa.Vv.,
Storie da un'eruzione. Pompei, Ercolano, Oplontis, Milano 2003, pp. 45­55
L. Pirzio Biroli Stefanelli, 
Foro dei romani. Gioielli di età imperiale, Roma 1992
Fonti classiche citate:
Giovenale, Satire Marziale, Epigrammi Ovidio, L'arte di amare Petronio, Satyricon Plauto, Epidicus Plinio, Storia Naturale Seneca, Benefici Tacito, Annali
Fonte:
SOPRINTENDENZA ARCH EOLOGICA DI POMPEI
Antiquarium di Boscoreale 12 marzo-30 maggio 2004

Questa pagina è tratta dal sito del ristorante "Il Principe" in Pompei. Il testo è stato rivisto, corretto e reso più scorrevole alla lettura.