L’ARTIGIANATO E IL COMMERCIO

 

L' ARTIGIANATO  

Breve storia dell’artigianato

Molti oggetti d’uso quotidiano sono prodotti industriali, cioè sono fabbricati in grande quantità e in serie tramite macchinari. Ma soltanto due secoli fa questi oggetti erano prodotti da artigiani, cioè da coloro che utilizzavano l’abilità delle proprie mani unita all’uso di pochi strumenti, e a tecniche tramandate da generazioni.

Quindi l’artigianato si può considerare un’attività in cui l’utilità e le decorazioni dei prodotti sono frutto di un’attività manuale, accompagnata da l’utilizzo di semplici attrezzi. Per tanto possiamo cogliere la differenza che contraddistingue l’artigianato dall’arte: il primo è un lavoro legato alla creazione di oggetti non decorativi, ma necessari alla vita quotidiana, mentre la seconda implica una ricerca per l’utilizzo di una tecnica creativa.

Nell’antichità quando furono create delle comunità stabili, l’artigianato diventò importante grazie alla ricerca di miglioramento dei prodotti che creò una maggiore specializzazione. Con l’espansione dei primi insediamenti urbani e in risposta alla sempre più crescente richiesta di manodopera, si crearono delle comunità di artigiani, che, grazie al commercio e alla diversificazione del tessuto sociale, poterono specializzarsi nella produzione di propri manufatti. La creazione di una rete commerciale tra città o aree diverse favorisce la circolazione di tecniche e materie prime che porta allo sviluppo di nuove lavorazioni, e alla specializzazione artigianale per aree o città.

Lo spopolamento dei centri urbani durante l’alto medioevo, ridusse l’attività artigianale, ormai rilegata nei monasteri o nelle sedi delle corti. Si diffusero botteghe a conduzione familiare e si regolamentarono i rapporti tra maestro ed operaio. Al di fuori dei maggiori centri urbani, l’artigianato s’impoverisce orientando la propria produzione a semplici prodotti in legno necessari alla sopravvivenza quotidiana. L’economia feudale chiusa all’interno del feudo, favorisce la crescita di un artigianato locale che garantisce alla comunità ed al castello una serie di lavorazioni. Solo più tardi la rinascita agricola porterà ad uno sviluppo dell’artigianato contadino grazie allo diffusione di nuovi strumenti. L’istituzione delle fiere e dei mercati contribuirà ad un ulteriore rinascita dell’artigianato. Il commercio trans-marino necessità di navi, la costruzione di monumenti ed edifici pubblici contribuisce alla crescita dell’artigianato connesso con l’edilizia (produzione di mattoni, pietre e materiali di pregio). Nei secoli successivi il processo è ormai diffuso in tutta Europa. Le differenzazioni delle attività artigianali coinvolgono intere città che si specializzano nella loro produzione e commercializzazione: Firenze nella produzione di tessuti di lana, Lucca in quelli di seta, ecc. Si viene così a creare una fitta rete commerciale che unisce città europee distanti fra loro, stimolando la produzione, la ricerca di nuove lavorazioni, e miglioramenti dei prodotti. Nascono botteghe artigiane a carattere familiare, in cui il lavoro è tramandato da padre in figlio, e dove agli apprendisti che vi lavorano, è data la possibilità, in futuro, di aprire una bottega per proprio conto. Le corporazioni, nate nell’XI secolo, con scopi protezionisti a difesa dei propri prodotti nei confronti di quelli importati, ed assistenziali per proteggere i propri membri in caso di malattie, tracolli economici, lutti, acquistano anche un potere politico nell’ambito cittadino, grazie alla loro forza economica. Il XIV secolo vede fiorire una vasta e straordinaria produzione artistica ed architettonica grazie anche al contributo di artigiani qualificati, ai quali sia le autorità cittadine sia quelle ecclesiastiche si rivolgono per la realizzazione di chiese o palazzi.

Nel Settecento l’enorme crescita del commercio produsse la creazione delle prime attività “industriali”, che mise in ginocchio l’artigianato, il quale per sopravvivere dovette creare delle nuove tecniche di lavorazione, che gli artigiani apprendevano grazie alla nascita delle prime scuole di arti e mestieri.

Nell’Ottocento contro la produzione di massa si cercò di rispondere attraverso il movimento Arts and Crafts Movement che sosteneva un ritorno alla produzione artigianale di alta qualità artistica. Nel secolo seguente le scuole cercarono di avvicinarsi sempre più all'industria e l'esempio più significativo è stato quello del Bauhaus, scuola di arti e mestieri tedesca.     

L’artigianato nella Roma antica

La storia dell’artigianato a Roma ci permette di avvicinarci non solo alle numerose vicende che segnarono il cammino della città, ma anche alla vita quotidiana.

Da fonti molto antiche sappiamo che pochi anni dopo la fondazione di Roma esistevano almeno otto collegi di artigiani (vasai, suonatori di tibia, orefici e argentieri, falegnami, tintori, fabbri, lavandai e fornai), la cui creazione viene attribuita al re Numa Pompilio, che assegnò loro il delicato compito del mantenimento dell’equilibrio sociale e politico. Durante l’epoca repubblicana la rapida espansione della città porta alla creazione di figure professionali: specialisti che lavorano per l’esercito, dipendenti della zecca, carpentieri specializzati in teatri, tintori di tessuti, specialisti in giochi d’acqua per ville e palazzi. Questa continua espansione che dava impulso alla costruzione di numerosi edifici in muratura sia pubblici sia privati, richiedeva un maggior numero di specialisti nell’edilizia (architetti, muratori, carpentieri ecc.), fino a creare delle vere e proprie imprese edili che davano lavoro a centinaia di operai.

In seguito alla conquista di alcuni regni ellenistici in Asia Minore e successivamente della Grecia, si afferma il fenomeno dell’Asiatica Luxuria, cioè una moda basata sul gusto e la ricchezza dei sovrani orientali e sulla richiesta, sempre più ingente, di copie e repliche delle più importanti opere d’arte greca, che darà l’inizio ad una produzione “in serie” che invaderà i mercati, ma che non riguarderà le richieste della committenza più ricca rivolta ad artigiani d’alto livello per soddisfare il desiderio di sfarzo delle loro suntuose abitazioni. Si giungerà così a vere e proprie forme di collezionismo d’opere d’arte che attribuiranno al lavoro artigianale una dignità artistica.

In epoca imperiale l’alto tenore di vita dei nobili, dei ricchi borghesi e soprattutto della corte imperiale hanno alimentato una notevole richiesta di beni di lusso, che a sua volta richiedeva la presenza di abili artigiani, soprattutto greci, che fossero in grado di produrre oggetti e gioielli di mirabile finezza nella lavorazione, e preziosità del materiale.

Nel tardo impero anche l’artigianato subì le conseguenze della grave crisi economica e sociale che attraversò l’Impero d’Occidente fino alla sua caduta. La fuga della manodopera dalla campagna e dalla città creò il fenomeno delle professioni coatte, con cui lo Stato vincolava, in maniera coercitiva, i lavoratori ed i loro discendenti a continuare la propria professione, senza possibilità di cambiarla. Le successive invasioni barbariche, con la fuga dalle città verso le campagne, e lo svilupparsi di un’economia di sussistenza, non fecero che aggravare la decadenza dell’artigianato: scomparvero molti mestieri e gli artigiani rimasti persero la loro libertà, mettendosi alle dipendenze di signorotti locali.  

 

L’artigianato in Aquileia romana

Aquileia è sempre stata ricordata come una città che ha goduto per molti secoli di una prospera condizione economica. Fin dalla sua fondazione nel 181 a.C. sono state parte attiva del tessuto sociale, importanti attività lavorative soprattutto commerciali, artigianali e agricole. Uno spaccato della società aquileiese lo possiamo studiare attraverso i mestieri e le corporazioni in cui erano spesso raggruppati, secondo un’organizzazione del lavoro di tipo artigianale. Altro fattore importante che dobbiamo considerare sono gli stretti rapporti economici tra la città ed il suo territorio, venutisi a creare poco dopo la sua fondazione. Purtroppo le fonti letterarie sembrano essere un po’ scarne su questo argomento, ma fortunatamente ci vengono in aiuto l’epigrafia e l’archeologia con testimonianze che vogliono dimostrare l’esistenza di un’attività produttiva in risposta al fabbisogno locale e in supporto agli intensi traffici commerciali.

Così gli allevamenti di ovini della regione del Timavo, dell’Istria e di Altino fornivano la lana che alimentava ad Aquileia, in epoca repubblicana, forme di semplice economia domestica come testimonia l’epigrafe relativa alla liberta Trosia Hilara lanifica circulatrix, cioè una filatrice o tessitrice di lana che prestava la sua opera a domicilio. In epoca imperiale le cose mutarono perché i sarti e i venditori di vestiti si unirono in una corporazione (collegium vestiariorum) i cui soci dovettero essere molto numerosi, visto che possedeva una delle più ampie aree sepolcrali di Aquileia, con una superficie superiore ai 90 mq. Sempre nell’ambito dell’abbigliamento ci sono iscrizioni che parlano di fabbricanti di stoffe e di vesti fini, a cui sono collegati gli addetti alla lavatura e preparazione dei nuovi tessuti o alla ripulitura di abiti usati (fullones, lavatores), oppure di tintori (infectores, purpurarii) specializzati nella produzione della porpora, senza dimenticare i tessitori di lino (lintiones).

A partire dal III secolo le profondi trasformazioni economiche e sociali aumentarono l’inefficienza delle amministrazioni locali, sostituite da una sempre maggior ingerenza dell’autorità dello Stato. La presenza ad Aquileia di alcuni funzionari statali e della fabbrica (statale) che forniva le vesti alla corte imperiale (gynaecium) favorì la produzione ed il commercio di preziose stoffe di porpora che un artigiano (barbaricarius) impreziosiva con fili d’oro.

Altra categoria legata all’abbigliamento è quella dei calzolai (caligarii) come attestato da un epigrafe nel Duomo di Grado di un certo Domnicus caligarius che offrì pochi metri quadrati di mosaico. Questo artigiano poteva fabbricare scarpe di diverse fogge: per uomini, donne e militari, come possiamo vedere dai frammenti scultorei di Aquileia e Concordia. Su una targhetta di bronzo era rappresentata la bottega di un calzolaio nell’atto di battere una suola, mentre alla parete era appese in fila due paia di scarpe.

Altra importante e numerosa categoria, di cui abbiamo una notevole documentazione epigrafica, è quella detta genericamente dei fabri, la cui specializzazione era indicata dal tipo di materiale che utilizzavano. Il paesaggio attorno alla colonia doveva essere ricco di foreste, da dove proveniva il legno necessario a vari usi: ecco quindi la figura del falegname o del carpentiere (faber tignarius) ricordati in alcuni monumenti sepolcrali dove sono raffigurati gli arnesi del loro mestiere. Ci sono epigrafi che indicano dei collegi che raggruppavano determinate categorie di lavoratori del legno quali i sectores materiarum ed i dendrophori. I primi raggruppavano gli addetti alla squadratura del legname da costruzione e al trasporto per la messa in opera, mentre per i secondi non è possibile stabilire con precisione la specializzazione del loro mestiere.

Alla fine del I secolo a.C. con l’annessione del Norico e delle sue miniere di ferro, Aquileia venne ad assumere una sempre maggiore importanza nel settore metallurgico, grazie al ferro che veniva lavorato da fabbri ferrai locali. La loro presenza è testimoniata da una stele del I secolo d.C., giunta a noi mancante della parte superiore, dove era indicato il nome del defunto, rappresentato nella base mentre sta lavorando seduto davanti all’incudine su cui forgia un oggetto servendosi di un martello e tenaglia, arnesi che insieme a una doppia lima e una serratura, troviamo rappresentati, più ingranditi, nella parte destra. A sinistra c’è un apprendista che manovra il mantice per attizzare il fuoco nel fornello proteggendosi con uno schermo. Altra rappresentazione è l’ara di L. Herrenius figlio di Manio, faber aciarius, unico esempio di aciarius in tutta l’epigrafia romana, che crea qualche problema di interpretazione. Si ritiene fosse specializzato nella lavorazione dell’acciaio, come sembrano dimostrare gli scalpelli forgiati in tale metallo provenienti da scavi sul Magdalensberg (Austria). In una stele del II secolo d.C. c’è la testimonianza di un artigiano metallurgico aquileiese: una serratura e uno scalpello.

Il ritrovamento di numerosi attrezzi agricoli in ferro, probabilmente prodotti da artigiani locali e destinati all’esportazione nell’area danubiana, sono la testimonianza di uno sviluppo dell’agricoltura nei fertili terreni attorno ad Aquileia.

Sempre nell’ambito della metallurgia non dobbiamo dimenticate la bronzistica che cominciò a diffondersi ad Aquileia, probabilmente nel periodo tardo repubblicano, quando scoppiò nel mondo romano la passione per gli oggetti di antiquariato egizio. Certamente furono aperte delle officine da cui uscirono i più disparati oggetti in bronzo, di cui però se ne sono in gran parte perdute le tracce. Infatti sono venuti alla luce soltanto piccoli oggetti come specchi, elementi della toletta femminile (scatoline con strumenti per il trucco), strumenti da palestra (ampolle e strigili), fibule dai tipi italici repubblicani a quelli imperiali, grandi fermagli da cinture, lucerne, suppellettili, elementi ornamentali per applicazioni a mobili e vasellame. Interessante notare che le numerose statuette in bronzo non provenendo da scavi di necropoli, si pensa che avessero una funzione religiosa domestica e che venissero conservate in larari. Questo fa pensare che ad Aquileia, a partire dal I sec. d.C., per soddisfare le richieste delle classi più abbienti, ci fossero degli artigiani specializzati nella forgiatura di piccoli altari per il culto domestico, di pezzi di applicazione destinati a decorare letti triclinari, casseforti, vasi in bronzo; tutti prodotti che mostravano un notevole livello tecnico, e una qualità eccellente. Mentre per la clientela meno esigente si sviluppò una produzione di qualità certamente più scarsa, di statuette delle divinità più venerate dai lineamenti appena abbozzati. Anche le statue ricordate nell’iscrizioni sono limitate a pochi piccoli frammenti. La produzione proseguì anche in epoca cristiana, basti pensare al lampadario paleocristiano scoperto proprio ad Aquileia.

C’erano anche officine per la lavorazione del piombo, come le condutture per gli acquedotti della città, probabilmente fuse da manodopera locale, come la fistula (tubazione) marchiata Iuvenalis.

In una città dotata di un complesso impianto portuale non potevano mancare i fabri navales cioè artigiani specializzati nella costruzione e riparazione di imbarcazioni; purtroppo abbiamo solo un frammento di un’epigrafe che mostra un’imbarcazione con un remo, mentre una stele di Ravenna dove viene rappresentato con vivo realismo il defunto nel suo cantiere mentre sta tagliando con un’ascia una centina di nave.

Le fonti antiche celebrano la magnificenza della città attraverso le sue grandiose opere architettoniche, che l’indagine archeologica ha confermato, nonostante la quasi totale mancanza di menzione di coloro che ne furono gli artefici: architetti, muratori, pittori e scultori, ad eccezione dell’ara sepolcrale di L. Alfius Statius, dove sono rappresentati gli strumenti del defunto, probabilmente costruttore edile e scultore: un regolo di due piedi romani, una livella, un compasso, una squadra, un martello, un filo a piombo, e un mazzo di scalpelli. Verso la fine del XIX secolo degli scavi condotti nell’area dell’attuale Museo, hanno portato alla luce delle opere incomplete, provenienti da quella che poteva essere un’officina dove artigiani locali esercitavano la loro opera. Infatti sono state scoperte diverse piccole fontane zampillanti, con graziose gradinate per la caduta saltellante dell’acqua, create da idraulici, scalpellini e forse scultori locali che cercavano di imitare la natura con ingegnosi espedienti, per case raffinate ed eleganti.

Un’altra importante attività era quella della terracotta: anfore, materiali edilizi (mattoni e tegole) e lucerne. Sicuramente fin dalla fondazione della città furono attive delle botteghe artigianali per la loro produzione, anche perché il territorio circostante forniva le materie prime necessarie. Tuttavia nella fase evolutiva della città difficilmente la produzione locale era in grado di far fronte ad una richiesta sempre maggiore, per cui venne a crearsi una vera e propria industria che occupava molti operai. Interessante è il caso delle lucerne fittili che si sono trovate in grandissimo numero, in quanto facevano parte sia del corredo funebre sia come indispensabili suppellettili di ogni casa. Il tipo più diffuso era quello delle Firmalampen, cioè quelle con il marchio del produttore in rilievo sul fondo. Dalla documentazione raccolta risulta che la loro produzione è concentrata soprattutto nell’Italia settentrionale dove grandi quantità vengono distribuite fin nei mercati d’oltralpe e in grado di garantire un maggior guadagno, a scapito della qualità. Si pensa che i grandi produttori non tendessero a centralizzare la produzione, ma che affidassero parte della loro produzione a delle botteghe artigianali che, rimanendo anonime, avrebbero marcato i pezzi con nome del grande produttore, limitandosi ad apporre vicino un segno particolare, come un anellino o una corona intrecciata alla palma. Tra i reperti provenienti da Aquileia ci sono un gran numero di lucerne con il marchio Cresce(n)s e Fortis ampiamente diffuse nell’Italia settentrionale, per cui è possibile che in città fossero presenti delle filiali, come dimostra il ritrovamento di tre matrici con bollo Cresce(n)s. Del resto non solo la produzione di lucerne, ma anche quella di anfore e di mattoni trova qui sicura testimonianza come ad esempio nella piramide di un’ara funeraria di un fornaciaro, rappresentato con un’anfora sulle spalle, un piccone e una marra, arnesi del mestiere.

Artigianato artistico

Sicuramente in Aquileia era presente una produzione artistica artigianale favorita da diversi fattori: l’immigrazione di maestranze, la facilità di procurarsi le materie prime necessarie, e il notevole sviluppo economico, in epoca giulio-claudia, a seguito all’apertura di nuovi mercati nell’area illirico-danubiana, che portò alla trasformazione della lavorazione domestica in artigianato. Ne è testimonianza l’area di diffusione dei vari prodotti, che andava dalla Venetia alla Dalmazia, Norico e Pannonia, come dimostrano i rinvenimenti sul Magdalensberg, Virunum, Carnuntum, Poetovio, e Savaria. Nel III secolo abbiamo una forte contrazione della produzione artistica locale, a scapito di una maggiore importazione di oggetti pregiati sia dall’Oriente, che da Roma o dalla Renania. Nasce così un flusso da Oriente all’Adriatico di prodotti di lusso per pochi ricchi, che sostituiscono la produzione locale indirizzandola verso i ceti medi. Dopo il V secolo non vi è più testimonianza di produzioni locali, fino almeno al VII secolo, quando a Torcello sorgono dei forni vetrari.

 La scoperta ad Aquileia di moltissime gemme incise insieme a pietre semilavorate ha convinto gli studiosi che tra le varie forme di artigianato artistico fosse praticata anche l’arte della “glittica”, cioè del taglio ed incisione delle gemme. Questa attività ha sicuramente lontane radici che risalgono all’origine della città, in quanto i coloni fondatori provenivano da zone del centro della Penisola, dove l’arte della glittica aveva antiche tradizioni. Allo sviluppo di quest’attività diede certamente il suo contributo il commercio marittimo, grazie al quale le maestranze di Aquileia avevano a disposizione le materie prime provenienti dal Mediterraneo orientale o dall’Oriente (diaspro, diamante, smeraldo, topazio, ametista, opale ecc.). La mancanza di firme o di nomi famosi fa pensare più che alla mano di un maestro si debba trattare di lavori di officine a cui attribuire gruppi di opere dalle stesse caratteristiche formali sotto la direzione di un maestro-padrone. Se ancora nel II e alla metà del I secolo a.C. i repertori rappresentati sulle gemme e le paste vitree sembrano attribuirne una provenienza da officine italiche, dagli inizi del I secolo a.C. comincia la produzione aquileiese grazie ad officine quali quelle del Filosofo e del Tirso. E da quest’ultime partirà, verso la metà del I secolo a.C., un cambiamento stilistico che abbandonerà la tradizione italica per avvicinarsi al gusto ellenistico con opere di carattere idillico-bucolico. La differenziazione dei caratteri tecnici e stilistici ha permesso l’individuazione di diverse botteghe operanti in città in epoche diverse. Così ad esempio il tipo Elio-Sole si trova in opere della bottega dei Dioscuri, una delle più importanti di Aquileia, attiva dall’epoca claudia e quella severiana. Altra caratteristica della produzione glittica aquileiese fu sicuramente la rappresentazione di monete: l’auriga su biga, il Capricorno, segno zodiacale di Augusto, la Vittoria sia volante sia con palma e corona, figura molto rappresentata sulle monete del mondo classico. Verso la fine del III secolo d.C. sembra venir meno la produzione glittica di Aquileia, a causa della crisi economica e politica che blocca l’esportazione verso mercati locali e d’oltralpe. Inoltre c’è un abbandono della moda delle pietre intagliata, che sarà sostituita da gioielli tardo antichi ornati con molte pietre “cabochon” di variegati colori.

L’abilità degli artigiani aquileiesi nell’arte dell’intaglio la si può notare anche nella lavorazione dell’ambra. Aquileia, terminale di un’antichissima via commerciale proveniente dal Baltico, divenne un centro specializzato, forse il più importante d’Italia, nella lavorazione di questa resina.  Era d’origine fossile (arboris sucum) decantata dalle fonti antiche per le sue innumerevoli proprietà (potere magnetico, profumo, virtù augurali, protezione contro le malattie, contro il malocchio ecc.), e destinata esclusivamente alle donne come ornamento, ninnolo o statuina. Inoltre era presente esclusivamente nei corredi funebri femminili sottoforma di specchi, pissidi, flaconcini per balsami, coppette per unguenti, con decorazioni tipiche del mondo femminile: Venere, Amore e Psiche. 

I prodotti dell’artigianato aquileiese, (ambre e gemme) hanno un’identità di schemi figurativi che sono frutto di un’abile realizzazione di modelli provenienti da uno stesso repertorio. Esse sono opere di scalptores che utilizzavano la stessa tecnica adattandola oltre che al soggetto, alla forma e alla durezza del materiale. Si può pensare che le varie botteghe avessero una forma d’interdipendenza tra loro, con i modelli che passavano da una all’altra, oltre che dal maestro all’allievo.

La presenza di una ricca borghesia mercantile ha sicuramente sviluppato un artigianato specializzato nella “toreutica” cioè la lavorazione dei metalli preziosi. Il ritrovamento di gioielli in oro (anelli, orecchini e catenine) sembrano convalidare le fonti antiche a proposito delle miniere d’oro trovate nelle Alpi, poco distante da Aquileia, che fornivano talmente tanto oro da farne crollare il prezzo di mercato. Epigrafi ricordano un baricarius addetto alla lavorazione dell’oro e Primigenius un excusor argentarius cioè fonditore e incisore d’argento. Dopo l’avvento del Cristianesimo si avviarono da botteghe locali delle produzioni cristiane a cui appartengono la capsella ellittica di Grado e la pisside esagonale di Pola. La prima era un reliquiario in argento del V secolo, portata in salvo a Grado dal patriarca Paolino, reca una serie di otto ritratti, mentre la pisside di Pola, ritrovata agli inizi del XX secolo in una chiesa della città istriana,  ha sei facce dove sono rappresentate delle figure tra cui il Cristo fra Pietro e Paolo.

L’abbondanza di materiale vitreo trovato ad Aquileia aveva fatto supporre la presenza in città di officine vetrarie, nonostante la mancanza d’iscrizioni di almeno un vitrarius. Ma il ritrovamento in Austria di due bottiglie in vetro verde con il marchio Sentia Secunda facit Aquileiae e l’altra Sentia Secunda facit Aq(uileiae) vitr(a) forniscono la testimonianza epigrafica. Altre conferme provengono da grandi quantità di pezzi informi di vetro colorato che sono resti di lavorazione, e da due frammenti di pietra in cui sono incorporate schegge di vetro verdastro, cioè refrattari adatti alla fabbricazione del vetro. La vetraria aquileiese che compare in maniera massiccia tra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C. creò dei prodotti dove la trasparenza, la leggerezza e la varietà di colori ne sono i caratteri distintivi, che sommati all’eleganza della forma ne faceva anche dei piccoli capolavori. Sono un esempio di produzione locale i balsamari del I e II secolo d.C. dal vetro sottilissimo e trasparente, oppure dai vivaci colori. 

 

L’artigiano romano

Definire l’artigiano romano è piuttosto difficile, perché nella lingua latina il termine ars aveva un significato molto ampio, che comprendeva tutto ciò che andava dalle pratiche più semplici alle conoscenze più complesse, senza tener conto delle distinzioni che in epoca moderna definiscono la figura dell’artigiano, del tecnico o dell’arte. In epoca romana c’era una netta differenziazione tra le occupazioni dedicate al piacere dello spirito, le cosiddette “arti liberali” destinate all’uomo libero (matematica, filosofia, retorica ecc.) e quelle rivolte a fini pratici (mestieri manuali, medicina, architettura ecc.). L’artigiano rientrando in quest’ultima categoria è considerato una persona volgare ed indegna di essere considerata un cittadino.

Una delle fonti da cui trarre informazioni sulla figura dell’artigiano, sono i testi antichi, vettore principale di un accanimento verso l’attività artigianale, come vediamo da brani di Seneca e Cicerone, che ribadiscono il concetto, secondo il quale, il lavoro dell’artigiano, non essendo un lavoro liberale, non era adatto ad un uomo perbene, e colui che lo esercitava era considerato, nei migliori dei casi, un cittadino di seconda categoria. Quest’aurea negativa ha contribuito a rilegare, nei secoli successivi, l’artigiano e coloro che esercitavano attività manuali, in una specie di oblio; solo grazie alle successive scoperte archeologiche che hanno evidenziato grandi quantità di manufatti prodotti, scambiati e usati, è stato possibile rivalutare la figura dell’artigiano.

Altre informazioni ci giungono da testi giuridici o legislativi; quando viene prodotta qualche innovazione tecnica; quando si raggiunge la notorietà o la ricchezza in maniera indecente, perché acquisita grazie all’esercizio di un mestiere.

Da un punto di vista giuridico l’artigiano poteva essere libero di nascita, liberto o schiavo. Tuttavia non sempre questa distinzione è così evidente, poiché possono crearsi situazioni ambigue e poco congruenti, non solo perché lo schiavo, il liberto ed il libero possono lavorare fianco a fianco nella stessa bottega, dove la gerarchia delle mansioni non sempre rispecchia lo status sociale, ma perché esiste un’altra distinzione: quella tra l’artigiano vero e l’operaio. Nel campo della ceramica, dell’edilizia, della metallurgia, del tessile, ci sono officine dove una manodopera non qualificata è utilizzata in lavori frammentari, ripetitivi ed opprimenti, per la fabbricazione di prodotti destinati al commercio di massa. Poiché non abbiamo informazioni né sugli uomini che vengono impiegati, né sulle loro condizioni di vita, possiamo solo ipotizzare che fossero per la maggior parte degli schiavi, e che la loro condizione fosse quella di operai che lavoravano secondo le direttive dei proprietari.

L’ambiguità della lingua latina rende più difficile distinguere la figura dell’artigiano da quelle di altre categorie, come il commerciante perché spesso l’artigiano, nella sua bottega, vendeva anche i prodotti che realizzava. Interessante è il binomio artigiano-artista. Poteva un artigiano essere anche un artista? Poiché per i Romani “tutte le arti sono mestieri”, pochissime erano le differenze che distinguevano l’artista (scultore, pittore, incisore) dall’artigiano. Difficilmente si possono cogliere queste differenze visto il completo anonimato in cui queste persone vivevano. Inoltre bisogna ricordare che per i Romani l’autore di un’opera d’arte, non era il creatore, ma il committente che l’aveva ordinata e pagata. Infatti si parla della Colonna Traiana o dell’Arco di Costantino, ignorando completamente i veri ideatori. Ci sono periodi nella storia romana, come quello augusteo, in cui l’artigiano comune raggiunge dei gradi di raffinatezza e qualità d’esecuzione da diventare un artigiano d’arte, il cui lavoro ad altissimi livelli, può avvicinarsi, o forse, raggiungere quelli di un artista, ottenendo così anche una riabilitazione del proprio lavoro.

Pur essendo fortemente osteggiati dalla società romana, non tutti gli artigiani sono rimasti nelle città o nei borghi a produrre o riparare prodotti di lusso od oggetti di vita quotidiana; alcuni sono riusciti ad accumulare ricchezza e considerazione sociale.

Stranamente è proprio dalla letteratura, solitamente avara di notizie su questo argomento, che abbiamo le testimonianze di alcuni scrittori, che danno voce ad un’opinione pubblica scandalizzata, ma anche affascinata delle capacità dimostrate da questi uomini nell’affrontare campi sconosciuti, dall’audacia del loro spirito innovatore, e dalla mancanza di pregiudizi economici. Uno di questi artigiani è un certo Vestorio da Pozzuoli, che portò dall’Egitto in Italia la tecnica del caeruleum un colorante blu a base di rame, che ottenne un grande successo commerciale. Lo stesso Cicerone lo indica tra le sue relazioni, nonostante disprezzasse tutto quello che era relativo all’officina, e, sebbene a denti stretti, elogia questa classe imprenditoriale che sa innovare, produrre, vendere ed arricchirsi. Naturalmente essi occupano una fascia molto esigua, di quella vasta gamma di possibilità che va dall’anonimo lavoratore o dall’artigiano nella sua bottega, fino al dignitario che affida a dei gestori o a dei prestanome la direzione di officine, da cui ricavare molti introiti. I gestori (praepositi, iustitores) sono degli schiavi che fanno fruttare, nelle manifatture o nei commerci, le somme che vengono loro affidate dai padroni. Ed è attraverso i gestori che personaggi altolocati possono accedere, senza compromettersi, a fonti di guadagno che la loro dignitas vieta. Ne sono un esempio Gaio Vibieno e Tito Rufreno, appartenenti a famiglie senatorie, che ad Arezzo sono proprietari di laboratori di ceramica sigillata.

C’era anche una “borghesia industriale” che traeva la maggior parte dei suoi introiti dall’artigianato o dalla manifattura. Dalle pochissime testimonianze vediamo come si proclamano solo parzialmente artigiani, condizione che, nonostante l’evidente successo economico, non gli avrebbe garantito la considerazione dei concittadini. Così l’epitaffio di Marco Virgilio Eurisace lo dice pistor et redemptor cioè fornaio ed appaltatore di mercati pubblici (forniture all’esercito, o distribuzioni al popolo).

Si può parlare di artigianato al femminile? Non è facile pensarlo perché da questo aspetto dell’artigianato ci giungono soltanto poche informazioni, che nascondono una realtà assai più rilevante di quello che pensiamo. L’artigianato femminile viene spesso identificato con la tessitura; a Roma tale attività risale all’epoca regia e prosegue fino all’Impero, e la lavorazione della lana era un lavoro praticato dalla matrona ideale che fila e tesse la lana badando al focolare della famiglia. Questa figura retorica venne in seguito abbandonata, soprattutto nell’alta società, che affidò la tessitura a gruppi di schiave/operaie. Di questa folta schiera di filatrici/tessitrici rimangono soltanto poche testimonianze, che ruotano attorno al pensum, un peso di lana che si doveva lavorare in un giorno. A Pompei un graffito elenca tredici schiave con il loro nome e i rispettivi pesi di lana filati o la lunghezza delle trame tessute. Ma ci sono anche casi in cui una donna, grazie al proprio lavoro, è riuscita a salire i gradini della scala sociale, raggiungendone i vertici. Si tratta di Eumachia di Pompei, che apparteneva ad una famiglia arricchitesi con la viticultura e la produzione di laterizi (mattoni, tegole), e che si occupò anche di artigianato tessile grazie al suo matrimonio con una famiglia che allevava delle pecore. Eumachia fa erigere nel Foro della cittadina vesuviana un edificio con un bel portale scolpito, che ben presto diventerà la “Borsa della lana” di Pompei. Ecco dunque, nel settore tessile, emergere una donna che grazie alla sua attività, alla sua iniziativa raccoglie la stima dei suoi colleghi maschi, diventando una notabile della città. In questo caso siamo lontani dalla lanifica tradizionale, ed Eumachia abbellisce il suo edificio per dargli una rispettabilità che la sua situazione iniziale non avrebbe potuto attribuirle. Naturalmente le donne non operano soltanto nella tessitura, erano anche pettinatrici, confezionatrici di corone di fiori, operaie della porpora, fornaie. Sappiamo che delle donne vennero impiegate in lavori pesanti tipicamente maschili, come nei laboratori della ceramica. In uno di questi, scoperto in Francia, sono venuti alla luce delle sepolture di neonati: si trattava di bambini di operaie che avevano partorito sul luogo di lavoro, al quale erano vincolate da una condizione disperata.

Il fabbisogno di manodopera specializzata è sempre stato un problema dell’epoca romana, che ha interessato anche molti mestieri semplici. Solitamente l’apprendistato di un artigiano avveniva in tempi lunghi, sotto la giuda di un maestro. Con l’espansione territoriale di Roma, affluirono tantissimi schiavi senza qualifica, oppure utilizzati in mansioni diverse da quelle in cui erano specializzati, che incisero notevolmente sul rapporto tra maestro e allievo fino a farlo scomparire, creando il problema della formazione della manodopera. Vennero adottate delle soluzioni: artigiani itineranti si spostavano per portare la loro competenza dove serviva. Ma le classi più agiate trovarono un’altra soluzione:creare gli specialisti di cui si aveva bisogno. Sappiamo che il ricco Crasso seguiva personalmente con scrupolo la formazione del proprio personale, convinto che il primo dovere del padrone fosse quello di badare ai propri schiavi come fossero strumenti viventi dell’economia domestica. Oppure come Catone che otteneva lauti guadagni vendendo schiavi da lui istruiti. Un’altra soluzione era quella di creare una suddivisione esasperata dei compiti in modo che anche la manodopera non qualificata li potesse svolgere, sotto il controllo di un tecnico che coordinava il lavoro di squadre, dove gli artigiani diventavano dei semplici esecutori. Questa soluzione fu applicata nel settore dell’edilizia, dove il passaggio dalla costruzione in pietra tagliata (opus quadratum) che richiede artigiani altamente qualificati, alla muratura a base di ciottoli o cocci impastati nella malta (opus caementicium), permette di ricorrere a manovali diretti da architetti. Tutto questo porta ad un’incredibile frammentazione del lavoro, tanto che, grazie alle menzioni nelle fonti antiche, sappiamo che a Roma esistevano ben 160 diversi mestieri! Alcuni imprenditori cercarono di sostituire la manodopera non qualificata con nuove attrezzature. Si tratta di un comportamento piuttosto raro nell’epoca antica dove vengono ideate moltissime innovazioni tecnologiche, il cui utilizzo viene spesso osteggiato dallo Stato, che preferisce favorire il pieno impiego, soprattutto delle classi plebee, a scapito degli investimenti e della redditività. Infatti Vespasiano a cui un inventore presentò una macchina che con poca spesa permetteva di sollevare le colonne sul Campidoglio, lo ricompensò rifiutando però la sua offerta sostenendo che doveva sfamare la plebe. 

Per conoscere gli aspetti economici dell’artigiano dobbiamo basarci su fonti certe quali i graffiti di Pompei o l’Editto dei prezzi di Diocleziano. Il disprezzo degli antichi verso l’artigianato tende a sminuire la sua importanza economica. Inoltre non bisogna farsi sviare da antichi pregiudizi basati sull’eguaglianza: possesso di terreni = importante posizione sociale, perché non è detto che le proprietà terriere diano un guadagno più sicuro rispetto a quello che si ricava dall’attività artigianale, soprattutto se si considera il carattere aleatorio dell’agricoltura. Gli storici moderni dell’economia antica tendono a considerare l’attività manifatturiera annessa all’agricoltura, pilastro fondamentale nell’economia di sussistenza. E’ vero che gli artigiani lavorano per l’agricoltura, alla quale forniscono attrezzi, utensili e vari contenitori, partecipando anche alla trasformazione dei prodotti agricoli, ma sarebbe un errore legarli sistematicamente all’agricoltura, perché in molti casi c’è solo una vaga e generica dipendenza. Sicuramente è nella città che lavora la gran parte degli artigiani, e non si tratta solo di coloro che fornivano servizi di riparazione, manutenzione, o di generi voluttuari di cui c’era bisogno, ma anche le officine della metallurgia, del tessile, della ceramica, del vetro, del legno, e dei coloranti. Tuttavia a questa regola generale c’erano delle eccezioni come le anfore da vino e da olio, destinate all’esportazione e prodotte in Italia e Spagna, provenivano da officine poste non in città, ma presso le zone di produzione agricola; le grandi proprietà terriere che con propri artigiani fabbricavano e riparavano attrezzi, abbigliamento, ed edifici. Ma si tratta di eccezioni perché l’artigiano romano è fondamentalmente un uomo di città.

Determinare i guadagni di un artigiano è molto difficile per la scarsa documentazione a disposizione. Di certo sappiamo che l’imprenditore che praticava l’artigianato su grande scala otteneva sostanziosi guadagni, altrimenti non si spiega come alcuni personaggi, grazie alle ricchezze accumulate, nel campo dell’edilizia o della manifattura, si siano costruiti costosi monumenti funerari, o abbiano raggiunto importanti cariche nella magistratura o religiose. Ricordiamoci che alti dignitari dello Stato possedevano spesso fabbriche di mattoni. Tuttavia teniamo a mente che la struttura dell’artigianato romano, era costituita principalmente da migliaia di piccole imprese, che al massimo impiegavano qualche operaio, creando così un “indotto” che gravitava attorno a manifatture più grandi.

Il costo del trasporto incideva pesantemente sul prezzo di vendita dei prodotti artigianali, e questo costringeva l’artigiano a restringere la propria area di vendita, limitandola al luogo dove svolgeva la propria attività ed al territorio circostante. Se si voleva esportare l’unica maniera per abbattere i costi di trasporto era la mobilità della manodopera, cioè creare delle filiali il più possibile vicine ai potenziali clienti.

Sicuramente i proventi derivati dal proprio lavoro, fissano il suo potere d’acquisto, su cui incidono i costi delle principale derrate, e questo determina il livello di vita dell’artigiano. Purtroppo in mancanza di dati, possiamo fare solo delle ipotesi, e l’unica fonte da cui possiamo avere qualche informazione è l’Editto dei prezzi di Diocleziano da cui si possono determinare gli scarsi guadagni di un artigiano, in rapporto al prezzo di vendita del prodotto da lui confezionato. Facciamo degli esempi: un operaio di una fabbrica di mattoni viene pagato, escluso il vitto, due denari per ogni quattro mattoni prodotti, che saranno venduti a circa venticinque denari. Un mantello di lana grezza costa circa 33 salari giornalieri di un tessitore. Da ciò si capisce che da un lato ci sono lauti guadagni per il datore di lavoro, mentre dall’altro troviamo un bassissimo potere d’acquisto dell’artigiano.

Tenuto conto della scarsissima considerazione dei Romani verso la condizione artigianale, sono assai rare le iscrizioni lapidarie o i bassorilievi in cui un artigiano si presenta. A questa situazione contribuiscono anche sentimenti di vergogna e condizioni economiche che difficilmente permettono di pagare uno scultore o un lapicida. Però a Pompei gli artigiani grazie a dei graffiti o delle iscrizioni o insegne dipinte, hanno trovato un sistema economico per riaffermare il loro status ed i loro meriti. Nella città vesuviana è stata trovata soltanto una vera e propria iscrizione lapidaria che cita degli artigiani: quella posta alla base di una statua donata dal collegio dei follatori ad Eumachia. Si tratta di una circostanza eccezionale in cui una potente associazione professionale rende onore ad una notabile locale; solo così un gruppo di artigiani può lasciare una propria traccia materiale permanente. Per uscire da quel mondo dell’anonimato in cui sono confinati tutti coloro che creano (salariati, artigiani, artisti) c’è solo un modo: firmare esplicitamente quello che si produce, come si può vedere su un vaso con una delle più antiche iscrizioni latine (Duenos mi fece). All’inizio dell’Impero vediamo come dall’Italia settentrionale e dalla Gallia orientale fino a Treviri, provengono diverse stele funerarie in cui l’artigiano si rivela chiaramente; qui spesso in modo goffo e pittoresco sono rappresentati degli artigiani al lavoro, le contrattazioni con i clienti, e gli strumenti del mestiere.

Artigiani e dèi vanno d’accordo. Questo connubio viene determinato dal bisogno di protezione divina nei confronti di coloro che svolgono un’attività economicamente fragile e con scarse risorse, e nelle città diversi templi furono circondati da negozi e botteghe. Sicuramente la figura di Ercole ha un posto speciale tra le divinità care agli artigiani, che fin dall’epoca arcaica gli facevano offerte. Inoltre dal III secolo a.C. i vasai fecero comparire sui loro prodotti, la sua figura, il suo nome, oppure alcuni dei suoi attributi come la clava. Successivamente Ercole venne sostituito da altre divinità quali Vulcano, Venere, Minerva e Mercurio. Nasce una famigliarità che attribuisce ad alcune divinità un soprannome: il tempio di Hercules Olivarius è dedicato da un negoziante di olio, oppure c’è un Apollo Sandalus venerato nel quartiere dei fabbricanti di sandali.

Spesso l’artigiano era considerato un elemento di disturbo perché la natura della sua attività lo spinge ad insediarsi nel cuore della città, dove c’è maggiore possibilità di trovare clienti e di fare affari, e questo non è visto di buon occhio dall’autorità cittadina. Il problema trae origine dalla bottega (taberna) dove l’artigiano lavora e vive. A Roma e nelle altre città dell’Impero si viene a creare un fenomeno di sovraffollamento di botteghe nel centro urbano, per cui i magistrati (Edili) e gli stessi imperatori sono costretti ad arginare questo fenomeno, confinando le botteghe in alcuni quartieri. Da alcuni autori latini comprendiamo il disagio dovuto alle botteghe che ingombrano, inquinano, producono rumori, odori, senza contare i pericoli d’incendio. A questo punto vengono presi dei provvedimenti nei confronti di quelle attività più moleste, che vengono spostate in periferia o addirittura fuori dalla città (vasai e conciatori). Si viene a creare un conflitto tra le autorità cittadine che vogliono rendere più prestigioso il centro della città, cioè il Foro, creando uno spazio dedicato alle funzioni politiche e religiose, a cui affiancare delle attività finanziarie (banchieri, cambiavalute); esse cercano di indirizzare e regolamentare questo dinamismo ideando dei mercati (macella), zone ben delimitate e lontane dal Foro, dove si riunivano i negozi degli artigiani e dei commercianti. Cioè di coloro che “affamati” di suolo pubblico, spesso infrangevano le regole, oltrepassando gli spazi assegnati. Così a Pompei, dopo il terremoto del 62, mentre i locali necessari alla vita economica sono in riparazione, artigiani di ogni genere prendono possesso di case abbandonate dai loro abitanti.
Alla fine questa lotta tra l’ordine e l’indisciplina, non avrà un vero vincitore, anche se l’autorità ottiene delle vittorie importanti ma non decisive.   

       

IL COMMERCIO

Premessa

La prima forma di commercio fu il baratto cioè lo scambio diretto di beni contro beni. Poiché nell’antichità si usava un’economia agricola o naturale, i primi baratti riguardavano soprattutto i prodotti della terra. Con le prime forme di vita sociale nacquero scambi fra merci che venivano prodotte in eccedenza con merci che mancavano. Il baratto era una forma di commercio che presentava il problema di trovare una misura di valore comune che permetteva di confrontare fra loro i valori delle diverse merci, e quindi di scambiarle secondo una proporzione costante ed equa. Si può dedurre che l’uomo ha utilizzato questo tipo di commercio solo per il fatto che non aveva ancora trovato un prodotto conservabile, divisibile, riunibile, trasportabile, di valore stabile ed intrinseco come lo è il metallo, e solo nel II millennio a.C. esso diventò il mezzo universale di scambio e di misura del valore, preludio al successivo passo: l’introduzione di qualcosa che rendesse più facili gli acquisti, cioè la moneta.

Naturalmente questo fu un passaggio molto lento e distribuito nel tempo, per cui essi convissero ancora a lungo, tanto che a Roma nella prima età repubblicana il commercio era legato principalmente al bestiame praticato col baratto (pecunia=moneta, deriva da pecus cioè bestiame).

Nacque anche l’esigenza di stabilire dei luoghi e delle date dove poter scambiare le merci: sorse il mercato, da cui poi si sviluppò l’economia mercantile, instaurando relazioni tra individui o gruppi, e diffondendo la cultura. Anche a Roma vennero istituiti dei mercati settimanali: quelli del bestiame e della carne nel Foro Boario, della frutta e verdura nel Foro Olitorio. Tuttavia il commercio era considerata un’attività volgare dall’aristocrazia terriera e dai letterati che ne facevano parte, in quanto il possesso della terra aveva un ruolo centrale nella visione tradizionale della società romana, e determinava i requisiti di censo per far parte delle classi dirigenti. Ricordiamo che le più importanti famiglie senatorie possedevano ampie proprietà fondiarie, ma poiché ai senatori era, per tradizione, proibito commerciare, fu nella classe dei cavalieri che nacquero gli imprenditori, gli appaltatori ed i mercanti specializzati in attività produttive di tipo industriale e mercantile, che grazie agli enormi profitti realizzati, poterono acquistare grande prestigio ed influenza.

All’inizio dell’Impero la pacificazione dell’area mediterranea favorì l’espansione degli scambi commerciali: prodotti manufattieri (ceramiche, lucerne e vetri) prodotti in Italia, raggiunsero le province più lontane, mentre il frequente ritrovamento di prodotti esotici nei centri urbani e rurali, sono il risultato di un’economia commerciale pienamente sviluppata. A Roma si moltiplicarono le botteghe, le aziende commerciali all’ingrosso ed al dettaglio, i depositi e i magazzini. I traffici commerciali raggiunsero terre lontane da cui venivano importate merci di lusso e di prestigio, su cui gravavano consistenti dazi doganali, oltre ad altri oneri che gravavano su il viaggio così lungo e pericoloso. Vi era poi un ricco commercio interno, dove i prodotti alimentari, manifatturieri, tessili e pregiati (marmo e granito), venivano scambiati tra le varie province.

Nella regione del Mediterraneo la storia del commercio di Roma inizia nel 67 a.C. quando Pompeo reprime la piaga della pirateria, che fu tenuta sotto controllo fino al III secolo d.C., dalle due flotte militari situate nei porti di Miseno e di Ravenna. Perciò possiamo immaginare il Mediterraneo un mare affollato e solcato lungo le rotte più importanti, da grandi navi (oltre 400 tonnellate) che portano merci voluminose (grano, vino e pietre da costruzione), insieme a carichi più piccoli (vasellame, lucerne, lingotti di metallo). Questo traffico marittimo produce un quadro di scambi commerciali molto vivace, soprattutto verso quei popoli o località che, godendo di una maggiore ricchezza, potevano meglio di altri acquistare un’ampia gamma di prodotti d’importazione.

 

Commercio interno: Prodotti alimentari

Il commercio del grano è l’esempio di un commercio regolare, svolto spesso su lunghe distanze, di grandi quantità di merce costantemente in viaggio. A Roma molti abitanti erano disoccupati e non esistevano forme di sussidio pubblico in denaro, per cui veniva attuata, mediante rifornimenti costanti a prezzi controllati, una distribuzione gratuita o razionata di grano, il cui compito principale era quello di mantenere l’ordine sociale. In epoca imperiale la costruzione ed il rifornimento dei granai spettava a dei funzionari statali, che poco alla volta sottrassero ai commercianti il controllo degli approvvigionamenti di grano, impedendo così fenomeni di accaparramento.

Certamente la principale rotta del grano era quella seguita dalle navi che partivano da Alessandria per raggiungere il porto di Ostia. Prima ai commercianti ed agli spedizionieri era affidato il compito effettivo di provvedere al grano e alle navi per il trasporto, ma nel tardo impero il sistema fu centralizzato, ed istituita una tassa in natura.

Un altro esempio è costituito dal pesce conservato e dalla salsa di pesce. Mentre nell’area del Mediterraneo il pesce fresco o conservato faceva parte della dieta normale, quello secco o salato era più adatto ad essere spedito in località lontane. Il tonno era il pesce più adatto ad essere salato, mentre alcune testimonianze archeologiche indicano un largo consumo dello sgombro e della sardina, che trasportati in anfore, provenivano il primo dalle coste meridionali della Spagna, e la seconda da quelle centrali e meridionali della Lusitania (Portogallo).

Ai Romani piacevano i condimenti salati (garum, allec, muria) che venivano usati per cucinare o consumati direttamente a tavola. L’uso era diffuso non solo a Roma, ma anche nelle province dell’Impero, e la distribuzione delle anfore spagnole del I secolo d.C. contenenti salsa di pesce, ci permette di capire l’ampiezza del loro consumo; infatti ne sono state trovate persino presso le guarnigioni militari in Germania ed in Britannia. Naturalmente la salsa di pesce non faceva parte delle normali razioni militari, per cui poteva essere acquistata solo da coloro che avevano denaro, e cioè i militari. Si tratta di un commercio internazionale stimolato dalla domanda dei consumatori. Sicuramente in Spagna e Lusitania c’erano le migliori condizioni per la conservazione del pesce e per la preparazione della salsa, ma la distanza con le province di frontiera doveva rendere il costo della salsa spagnola molto elevato, per cui nel II e III secolo d.C. vennero impiantate, in Britannia,  delle fabbriche per la produzione della salsa di pesce.

 Il vino, tipico prodotto mediterraneo, su scala industriale veniva prodotto soltanto in alcune aree, e soltanto alla fine del I secolo d.C. la viticultura ed il vino si espansero, molto lentamente, in altre zone come la Gallia o lungo le rive del Reno. Il vino di qualità abbastanza buona per viaggiare veniva versato e sigillato nelle anfore, per poi essere imbarcato sulle navi  che solcavano le principali rotte del Mediterraneo. Per i proprietari fondiari la vendita del vino rappresentava una fonte sicura di guadagno; naturalmente occorrevano grossi investimenti non solo per la produzione, ma anche in navi e anche in porti. Per non incorrere nel disprezzo della classe aristocratica di cui essi facevano parte, era prassi celarsi dietro servi, agenti o prestanomi a cui veniva affidato il compito di provvedere alla vendita ed alla spedizione.

Nel Mediterraneo occidentale sono attestate molte rotte tra l’Italia, la Gallia e la Spagna; anche dall’Africa (Cartagine) partivano rotte marittime che giungevano fino ad Aquileia. Nel Mediterraneo orientale sappiamo che il vino veniva spedito verso Occidente dai porti della Siria, della Grecia, e da alcune isole greche. Si trattava di tipi di vino molto raffinati, adatto a classi agiate disposte a sostenere un alto costo di trasporto. Il clima di incertezza e la crisi economica del tardo Impero, hanno contratto la domanda di vino soprattutto quello importato, tanto che nelle regioni occidentali i consumatori hanno ripiegato sui prodotti locali, mentre nelle province di confine si diffuse largamente la birra.  

Il principale contenitore utilizzato per il trasporto del vino era l’anfora, e gli studi ed i ritrovamenti archeologici ci permettono di ottenere preziose informazioni sulla commercializzazione del vino nell’Impero Romano. Un’anfora vinaria utilizzata fin dal II secolo a.C. è la “Dressel 1” prodotta in diversi centri lungo la costa tirrenica dell’Italia centro-meridionale, e trovata in molti siti della Gallia e della Spagna. Questi dati ci permettono di comprendere che il vino prodotto in Etruria, Lazio e Campania veniva trasportato in queste anfore nelle regioni occidentali del Mediterraneo. All’inizio  dell’Impero la “Dressel 1” viene progressivamente sostituita con la “Dressel 2-4” dalla forma più leggera ed economica, prodotta in Spagna e Gallia. Su nuove rotte commerciali i vini gallici ed ispanici conquistano il mercato italico a scapito dei produttori locali.

Se il vino era un prodotto voluttuario, lo stesso non si poteva dire per l’olio di oliva, che non veniva usato solo per mangiare, ma anche per l’illuminazione e l’igiene personale. Quest’importanza comportava una grande cura nel garantire un rifornimento costante all’Urbe, per cui agenti imperiali erano presenti sia nelle zone di produzione, sia ad Ostia allo scopo di stipulare contratti per il trasporto marittimo. Parallelamente c’era anche un commercio su base famigliare dove i produttori mandavano ad Ostia o a Roma un proprio membro o un liberto di fiducia per seguire i carichi spediti via mare.

Le principali aree di produzione dell’olio d’oliva erano la Betica (Spagna meridionale) e la Gallia meridionale. Nei primi secoli dell’Impero l’olio veniva spedito con la “Dressel 20” un’anfora olearia spagnola in argilla grezza e porosa, di forma rotonda e massiccia, che rimase in uso dall’epoca augustea fino alla metà del III secolo d.C. La maggior parte delle anfore spagnole avevano un bollo che veniva impresso dai vasai come un marchio di fabbricazione. Confrontando questi bolli si è potuto stabilire l’area di diffusione di quest’anfora che andava dalla Betica fino alla Germania e alla Britannia. Inoltre degli scavi archeologi hanno permesso d’individuare le fornaci, e quindi il luogo di produzione dell’olio.

Le anfore, una volta giunte a destinazione, venivano rotte e gettate via, e questo contenitore spagnolo era talmente diffuso che a Roma formò una grande collina di cocci vicino al Tevere: il Monte Testaccio.

Molte delle anfore sia vinarie sia olearie erano dette picte perché avevano delle informazioni commerciali dipinte su di esse. Infatti grazie a queste etichette si è potuto conoscere i vari tipi di peso (netto, lordo), il nome del responsabile del trasporto navale, il tipo di vino o olio, la provenienza, e il nome del produttore.

 

Le anfore di Aquileia

I ritrovamenti di questi contenitori per alimenti sono una valida testimonianza perché si tratta di un campione molto ampio e differenziato, che permette di comprendere la realtà degli scambi commerciali di questa città. E’ grazie alle anfore che si può ricostruire in parte i movimenti d’importazione e d’esportazione dei prodotti alimentari. Le anfore possono testimoniare la presenza o l’assenza altrettanto significativa sul mercato aquileiese di prodotti italici e provinciali. In età repubblicana c’è stato un diffuso consumo di vino prodotto lungo la fascia adriatica, che anche in età imperiale si mantiene costante assieme a quello del vino padano e piceno. Solo una limitata clientela raffinata si rivolge ai vini d’origine orientale.

All’inizio dell’epoca imperiale la maggior richiesta di olio d’oliva viene soddisfatta principalmente da importazioni dall’Istria, e in minima parte dalla lontana Betica. Da quest’ultima arriva anche la salsa di pesce (garum), che solo ora compare sulle mense degli aquileiesi.

Nella media età imperiale ci sono variazioni nella presenza di prodotti d’importazione sul mercato aquileiese: la salsa di pesce e l’olio d’oliva cominciano ad arrivare anche dall’Africa, mentre diminuisce l’importazione di vino padano e centroadriatico.

Nel tardo impero tornano a vivacizzarsi l’importazioni di olio d’oliva e salsa di pesce dalla Spagna; i rapporti commerciali con l’Africa sembrano essere privilegiati, soprattutto dal IV secolo quando sono presenti una cospicua quantità di anfore africane. La presenza di vino greco conferma una precedente tendenza di una richiesta di un prodotto marginale d’alta qualità destinato ad una classe sociale elevata.

Dunque Aquileia è impegnata nel duplice ruolo di importatrice e di esportatrice di derrate alimentari, in un sistema economico che vive e che si è sviluppato contemporaneamente a quello della fascia tirrenica. Tutto questo è confermato dalla quasi totale assenza di anfore centro-tirreniche, pur diffuse capillarmente in tutto il bacino del Mediterraneo, a cui si contrappone una mancanza significativa, eccetto Roma, di anfore adriatiche. Si prospetta quindi una diversificazione del sistema di distribuzione delle due aree di produzione: l’Adriatico invia i suoi prodotti verso i mercati danubiani ed orientali, il Tirreno invece verso i mercati occidentali. A conferma di ciò vediamo come il vino non giunge da grossi produttori come la Spagna o la Gallia, ma da aree padane o adriatiche.

     

Commercio interno: Prodotti fittili

In generale nelle regioni del Mediterraneo le lucerne ad olio furono utilizzate per tutta l’antichità, e con il diffondersi nell’Impero della romanizzazione ci fu un aumento della domanda dei provinciali per gli arredi tipicamente romani. Ciò valeva per le lucerne a stampo in ceramica rossa, prodotte in Italia tra il I ed il II secolo d.C., e diffuse quasi in tutte le province, soprattutto nelle fortezze militari e nelle città, dove i soldati ed i cittadini potevano sostenere il costo  aggiuntivo per il combustibile (olio d’oliva), necessario al funzionamento.

Nel trasporto marittimo non costituivano il carico principale, ma spesso quello accessorio nel caso di carichi voluminosi. Perché questi piccoli carichi fossero convenienti bisognava che ci fosse un traffico regolare di carichi voluminosi, come, ad esempio, quello dell’olio d’oliva e della salsa di pesce dalla Spagna, che permetteva di spedire alcune casse di lucerne ai venditori delle province più lontane. L’esportazione delle lucerne italiche durò fino al III secolo d.C., quando nacquero delle officine locali che soddisfarono il bisogno delle popolazioni residenti.

Non sempre è facile individuare il luogo di produzione, per poi delineare, in basi ai ritrovamenti, il movimento delle merci. Infatti le lucerne avevano lo stesso metodo di fabbricazione, dove un modello creava degli stampi da cui si ottenevano i prodotti finiti. Questo limitava la possibilità del fabbricante di apporre il suo marchio, favorendo così le imitazioni e la “produzione pirata”. Inoltre gli stessi produttori spesso creavano delle filiali, oppure viaggiavano portandosi dietro i loro disegni e talvolta anche gli stampi.

La produzione di ceramica sigillata cioè vasellame a vernice rossa, cominciò ad Arezzo in Etruria nel decennio successivo al 50 a.C. I prodotti migliori erano eleganti coppe e brocche fatte a stampo, con decorazioni di figure e forme floreali. Dopo il 15 a.C. vennero aperte nuove fabbriche a Pisa presumibilmente per facilitarne l’esportazione in Gallia. Nello stesso periodo un maestro aprì una succursale a Lugudum (Lione), importante centro commerciale situato vicino alle zone di frontiera, dove era richiesto vasellame di buona qualità. Successivamente i principali centri esportatori furono, a turno, la Gallia meridionale (I secolo d.C.), la Gallia centrale (I e II secolo d.C.), e la Gallia orientale (fine II secolo – inizi III secolo d.C.). L’ascesa e il declino dei vari produttori avvenne non tanto per i cambiamenti nella domanda  dei clienti lontani, ma per la riduzione della domanda di vasellame di alta qualità nelle vicinanze della fabbrica.

In gran parte delle province settentrionali, come in Britannia, sono attestati pochissimi edifici di mattoni, ed anche i tetti con le tegole sono una caratteristica solo del I – II secolo d.C., perché successivamente saranno impiegate soltanto tegole in pietra di fattura locale. Nelle province mediterranee e soprattutto a Roma la situazione è completamente diversa, perché qui la maggior parte delle fabbriche di tegole sono di proprietà di membri della famiglia imperiale, ed i loro prodotti di alta qualità erano identificati da dei bolli. Studi fatti su un bollo molto diffuso in Britannia fanno pensare che non tutte le tegole provenissero dalla stessa fornace, ma che venissero prodotte i siti diversi, magari nel luogo stesso dove si stava costruendo l’edificio, da un artigiano itinerante che portava con sé il suo marchio. Vi era una varietà di modi di produzione e distribuzione di questi prodotti; da un lato, unità dell’esercito e magistrati locali installavano fabbriche di tegole per i tetti dei loro edifici e, dall’altro, singoli artigiani, andavano in giro ad offrire i loro servizi ai proprietari di ville che volevano migliorare o estendere la loro proprietà.

 

Commercio interno: Vasellame in vetro

Nel I secolo a.C. le coppe ed altri suppellettili venivano prodotte con la tecnica della fusione a stampo, in diverse regioni del Mediterraneo orientale (Asia Minore, Siria ed Egitto); ma dei reperti archeologici dimostrano che verso l fine del I secolo a.C. iniziò la produzione anche in Italia. Nel frattempo in Siria e Palestina venne scoperto un procedimento rivoluzionario: la soffiatura. Sappiamo che alcuni vetrai di Sidone usavano stampi per dare la forma ai loro vetri soffiati, e spesso apponevano la firma sullo stampo. Conosciamo il nome di uno di loro: Ennione, del quale molti prodotti sono stati trovati ad Aquileia, per cui si ipotizza che avesse aperto una succursale oppure si fosse trasferito da Sidone. Queste migrazioni durarono fino al tempo dei Flavi, quando la fabbricazione del vetro si era ormai diffusa nelle regioni occidentali dell’Impero. Le qualità del vetro soffiato erano sfruttate soprattutto in Germania e nella Gallia settentrionale, in particolare da Colonia; da queste zone provengono un tipo di caraffa dal collo lungo, di cui non si conosce l’esatta origine, e che si sono diffuse solo nella Gallia centro-settentrionale, in Germania, e in Britannia. Questo dimostra la rapidità con cui le province hanno imparato a produrre questi oggetti raffinati per soddisfare le richieste.

 

Commercio interno: Materiali da costruzione

I prodotti alimentari e i manufatti terminavano il loro viaggio con l’acquisto da parte di privati. Per quanto riguarda invece i materiali “pesanti” (legname, pietre e mattoni), molti non raggiungevano mai un esercizio di vendita, ma erano usati da coloro che esercitavano le varie attività. Inoltre una certa scarsità delle scorte di questi prodotti, faceva si che il loro commercio fosse sotto il controllo delle più alte categorie economiche dell’Impero (imperatore ed esercito).

La domanda di legname nel mondo romano si divideva in quella per le tavole lunghe e dritte necessarie per le navi e per gli edifici, e quella per la legna da ardere. Quest’ultima dovette bastare per molto tempo la potatura degli alberi da frutta e la legna tagliata nel sottobosco, ma la domanda di una grande città romana (cottura e riscaldamento domestico, forni, terme) deve aver superato le normali possibilità di rifornimento.

Le risorse forestali, soprattutto quelle degli abeti necessari alla costruzione delle navi da guerra, furono strettamente controllate dallo Stato, soprattutto quelle foreste di valore strategico come quelle della catena del Libano. Non abbiamo nessuna testimonianza specifica che le foreste romane venissero regolarmente ripiantate, e questo potrebbe aver causato una progressiva scarsità di legname buono e un certo disboscamento del paesaggio.

Era soprattutto l’imperatore che poteva ottenere e utilizzate le pietre pregiate (marmo, granito, alabastro ecc.), ed infatti nel II secolo d.C. egli possedeva la maggior parte delle cave di marmo, ottenute con la conquista, l’eredità o la confisca, anche se l’estrazione vera e propria era affidata a delle ditte. I lavori erano sotto la sorveglianza di liberti imperiali e di schiavi, mentre per l’estrazione venivano impiegati per la maggior parte dei criminali condannati e operai salariati, e il trasporto era gestito da imprese private. C’erano molte qualità di marmo bianco o colorato proveniente dall’Italia, dalla Grecia, dalla Turchia e dall’Egitto. Naturalmente quello privo di difetti e con un bel colore poteva andare bene per colonne o per altri elementi architettonici. Inoltre si potevano ricavare delle lastre per il rivestimento di pavimenti e pareti.

 

 

 

Conclusioni

Da questi esempi possiamo capire che c’erano diversi tipi di commercio. Il numero maggiore di testimonianze archeologiche vertono su alcuni generi non deperibili, che viaggiavano su lunghe distanze. Tuttavia molte esigenze quotidiane venivano soddisfatte localmente e con generi deperibili. Le derrate alimentari hanno lasciato poche tracce: le ossa degli animali, studiate a fondo solo per alcune regioni dell’Impero, non sono in grado di darci informazioni circa la loro origine; le verdure sappiamo che rientravano nella normale dieta di quasi tutti i Romani; i fiori venivano coltivati e venduti non solo per uso personale o domestico, ma anche per la decorazione di altari nelle feste religiose. Gli utensili domestici e gli attrezzi agricoli, che fossero in legno o in ferro, dovevano essere prodotti localmente o nella stessa casa o fattoria.

Il quadro finale che si può ricavare del commercio romano è quello di uno sviluppo attivo e specialistico nell’età repubblicana, seguito da un enorme sviluppo fino al II secolo. Ma la crisi e i disordini del III secolo non solo danneggiarono il commercio, ma ne segnarono l’inizio della decadenza con la scomparsa di gran parte del traffico internazionale di manufatti e derrate alimentari lavorate. In molte parti dell’Impero tra la fine del III secolo e l’inizio del IV secolo d.C. sorsero industrie che servivano un gruppo di province, una sola provincia, o una parte di essa. Nell’area del Mediterraneo centrale sembra che nascessero forme di autosufficienza, come dimostrano i consumi del vino orientati sui prodotti locali.

 

Il commercio oltre i confini dell’Impero

Si è abituati a considerare il confine come una linea fissa, dato che pensiamo al confine di uno stato moderno. Gli stessi testi latini, parlando dei confini provinciali, possono dare la stessa impressione, perché descrivono una situazione esistente nel momento in cui fu redatto il testo. Ma studi recenti indicano invece che la situazione era più fluida, e i confini dell’Impero si spostavano nel tempo grazie a nuove conquiste, o a perdite per le invasioni barbariche. Altra caratteristica dei confini dell’Impero era la “permeabilità”, infatti essi vennero creati principalmente per delimitare le terre romane da quelle di altri popoli, e non per impedirne il passaggio. Quindi per il commercio non erano delle barriere insormontabili, perché un’ampia documentazione storico-archeologica dimostra come Roma commerciasse con i popoli che vivevano al di fuori dell’Impero.

Spesso le spedizioni militari assumevano anche connotati commerciali, come nel 62 d.C. quando si cercò, risalendo il Nilo, di scoprirne le sorgenti, ottenendo anche preziose informazioni sull’Africa equatoriale e le sue ricchezze; oppure nel 24 a.C. quando un esercito romano esplorò l’Arabia Felix giungendo fino alla città di Marib (Yemen) approfondendo così la conoscenza delle rotte commerciali verso l’India.

Poiché l’Impero si estendeva su tre continenti, le popolazioni di confine erano molto diverse fra loro, e quindi variavano anche le merci che giungevano nell’Impero. La maggior parte dei beni di lusso proveniva dall’Oriente (Arabia, India e Cina). Il trasporto avveniva per la maggior parte via terra lungo rotte carovaniere (la Via della Seta, ecc.), ma verso il II secolo d.C. vennero utilizzate anche delle rotte marittime, che sfruttando la periodicità dei monsoni, permettevano alle navi di partire dai porti dell’Egitto e giungere in quelli dell’India occidentale. Qui i mercanti caricavano le navi con incenso, spezie, seta, avorio, lana e tessuti, in cambio di prodotti agricoli (olio, vino, olive e grano), ceramica e prodotti in metallo e vetro. Tra le spezie era molto ricercato il pepe, sia nero che bianco, proveniente dalla regione del Malabar (India meridionale). Veniva imbarcato a Muziris e Barygaza, raggiungeva i porti del Mar Rosso e quindi quello di Alessandria, da cui poi arrivava a Roma. Qui veniva portato in appositi magazzini (Horrea Piperataria), dove era conservato in grandi vasche d’acqua. Che fosse un bene di lusso e di grande valore lo comprendiamo dalle fonti antiche, le quali narrano che, nel 408 d.C. per togliere l’assedio a Roma, Alarico pretendeva un riscatto comprendente anche 3.000 libbre di pepe.

Dalla Cina il prodotto d’importazione principale era sicuramente la seta sotto forma di filato e di tessuto. Si trattava del viaggio più lungo, dove la merce seguendo un’antica pista carovaniera (la Via della Seta) giungeva fino alle principali città dell’Oriente romano (Palmira, Petra, ecc.). Attraverso il commercio vennero attivati, per breve tempo, anche dei contatti con l’Impero Cinese; infatti è storicamente accertato che ci furono scambi di delegazioni diplomatiche nella seconda metà del II secolo d.C.

Da autori latini abbiamo delle testimonianze preziose per i traffici commerciali con l’Arabia Felix (parte meridionale della penisola arabica) da cui provenivano principalmente l’incenso, al mirra e balsami. Plinio il Vecchio racconta che lungo piste carovaniere che risalivano la penisola arabica, le merci arrivavano a Gaza nella Giudea, sul Mediterraneo, dopo aver percorso 2.437 miglia romane ed effettuato 65 tappe, e le spese di viaggio per ogni cammello fino al Mediterraneo ammontano a 688 denarii. Un’altra via commerciale raggiungeva Petra e da qui, attraverso il deserto giordano –iracheno, arrivava a Charax, per poi scendere lungo l’Eufrate fino agli empori del Golfo Persico. Era un itinerario assai importante perché permetteva di arrivare sulle coste del Golfo Persico senza dover circumnavigare l’Arabia.   

Con l’occupazione della costa africana del Mediterraneo si svilupparono commerci anche con le popolazioni delle zone sub sahariane, raggiunte tra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C., mediante nuove vie carovaniere fino al lago Ciad ed al fiume Niger. In epoca imperiale dall’Africa orientale giungeva l’avorio utilizzato per statuette ed intarsi. Dalle zone di frontiera dell’Africa settentrionale proveniva la gran parte degli animali feroci o esotici (grossi felini, elefanti, ippopotami, struzzi) molto apprezzati nell’arena o per essere esibiti. I mosaici di alcune ville della Sicilia mostrano dettagliatamente l’organizzazione quasi militare che provvedeva a circondare e catturare queste belve, per poi trasportarle velocemente con delle navi fino all’arena. L’Africa non forniva soltanto animali, ma anche uomini perché c’era un fiorente commercio di schiavi.   

Vediamo ora il commercio extrafrontaliero che si sviluppò lungo la frontiera europea che coincideva in gran parte con il corso del Reno e del Danubio. Qui, più che su altri confini, i contatti con i popoli d’oltrefrontiera svilupparono una serie d’importanti cambiamenti testimoniati dalla archeologia. La presenza di materiale romano negli insediamenti e nelle sepolture di queste popolazioni dimostrano che molti individui volevano possedere merci di manifattura romana ed integrarle nella propria vita quotidiana e rituale. Molti gruppi adattavano i loro sistemi economici allo scopo di produrre un’eccedenza di merci da commerciare nelle province romane.

Grazie ad alcuni autori latini, come Tacito, sappiamo che mercanti romani passavano tranquillamente la frontiera, così come gruppi di mercanti appartenenti a popoli stranieri amici di Roma, venivano accolti nelle province dell’Impero. Sempre le fonti letterarie raccontano quali erano le merci scambiate: Roma importava bestiame (buoi, cavalli), pelli di bue, mentre dalla regione del basso Reno giungevano oche, piume, carne di maiale salata, sapone e capelli femminili.

Un cenno a parte merita il commercio dell’ambra, preziosa resina fossile, che già all’inizio dell’età del bronzo, trasportata attraverso i valichi alpini, appare in Italia, proveniente dalle coste del Mar Baltico. Tacito narra che il popolo germanico dei Suebi la raccoglieva sulla costa baltica, e che, durante il regno di Nerone, un coraggioso cavaliere romano si spinse fino alle coste del Baltico, dove se ne procurò una grande quantità, che finì per impreziosire le reti che proteggevano dalle bestie feroci il palco imperiale dell’arena. Lo storico latino precisa che i Germani usavano commerciare sulle rive del Danubio, e non consentivano facilmente di passare il limes. La maggior parte degli itinerari seguiti dai Germani sono facilmente identificabili grazie ai ritrovamenti di monete e manufatti romani, probabilmente merce ricevuta in cambio dell’ambra. Infatti l’area di diffusione di questi oggetti romani si allarga a ventaglio lungo la costa del Baltico, dal golfo di Danzica alla penisola dello Jutland: la zona di raccolta dell’ambra. La preziosa resina una volta raggiunta la costa dell’Adriatico arrivava ad Aquileia, dove artigiani locali, abili nell’arte dell’intaglio, creavano numerosi gioielli di splendide fattezze, che fecero della città, in epoca imperiale, il principale centro di lavorazione.

Aquileia rappresentava il terminale di una fitta rete commerciale tra le popolazioni dell’area illirico-danubiana, per le quali rappresentava il miglior sbocco e mercato sul Mediterraneo. Infatti in molte città ed empori della Pannonia, poste in importanti nodi stradali e porti sul Danubio è documentata la presenza di famiglie aquileiesi (Barbii, Caesernii, Statii), probabilmente stanziate lì per interessi commerciali.

Confrontando l’area dei ritrovamenti di monete e manufatti romani in Germania con gli insediamenti romani in Pannonia si nota una convergenza lungo il Danubio, nel tratto tra Carnuntum (vicino Vienna) e Solva (Ungheria), dove il fiume, navigabile, offre facili approdi testimoniati dai resti di porti romani. L’importanza dei mercati danubiani è dimostrata dalla rigorosa regolamentazione fatta da Roma dopo le Guerre Marcomanniche; infatti è in questi momenti di agitazione dei popoli germanici lungo la frontiera del Danubio, che viene colpito il commercio dell’ambra, non più in grado di soddisfare la domanda interna.

A meno di cento chilometri dal Reno e dal Danubio sono state scoperte notevoli concentrazioni di oggetti di produzione romana: nella regione del fiume Lippe e del fiume Ruhr, ad est del basso Reno, e a nord del Danubio gli archeologi hanno ricuperato ornamenti in bronzo (fibbie, motivi decorativi per tavolo, frammenti di una statuetta), e una elevata quantità di frammenti di ceramica per uso quotidiano. Questi reperti dimostrano che le popolazioni di queste aree intrattenevano regolari rapporti commerciali con le province di confine dell’Impero, attraverso mercanti o contadini che si spostavano dall’altra parte del confine per vendere i loro prodotti presso i posti di frontiera, gli accampamenti militari o gli insediamenti civili. Al di là della frontiera ci furono intere popolazioni che modificarono le proprie economie allo scopo di produrre beni da commerciare con le province romane: come sul Mare del Nord, in Bassa Sassonia, a duecentocinquanta chilometri dalla frontiera romana, c’era un sito dedito all’allevamento e la vendita ai romani del bestiame e dei suoi derivati, comportò un aumento sia dei prodotti di provenienza romana, sia dei residenti.

A più di 400 chilometri dalla frontiera le importazioni e i relativi contesti sono diversi, e la maggior parte dei prodotti di provenienza romana sono oggetti in metallo prezioso e dalla raffinata lavorazione, a cui sono associati insediamenti commerciali più grandi e completi volti a rifornire le province romane. Esempi documentati si trovano in Polonia (Jakuszowice) e in Danimarca (Gudme e Lundeborg). Nel primo sito sono stati trovati monili con decorazioni in oro e argento, anelli e collane in vetro, specchi bronzei, ceramiche, monete d’argento e fibule; questo tipo di materiale romano suggerisce che ci fossero stati dei contatti diretti tra membri della comunità ed il mondo romano. La presenza di una fibula del tipo “a testa di cipolla” conferma la precedente ipotesi, perché era un’insegna di alto rango, che talvolta venivano offerte da funzionari romani a personaggi importanti dei popoli alleati. La sua presenza suggerisce che il sito fosse abitato da una famiglia importante, ipotesi suffragata dal ritrovamento nelle vicinanze di alcune tombe con ricchi corredi funebri. In questo insediamento erano presenti anche attività per la produzione del ferro, per la lavorazione del bronzo, per la trasformazione dello stagno e del piombo, e per la lavorazione dell’ambra. E’ possibile che la comunità che vi risiedeva fosse coinvolta nelle spedizioni di ferro ed ambra verso le province romane, in cambio degli oggetti trovati nell’insediamento.

In Danimarca, nell’isola di Fyn, è stato scavato un sito (Gudme) che ha restituito grandi quantità di ceramica sigillata, vasellame da mensa in argento, un elmo in bronzo, la testa di una statuetta d’argento, frammenti di una statua di bronzo, pendagli, fibule di bronzo lavorato, fibule d’argento decorate in oro e monete d’argento databili tra il I ed il III secolo d.C. Vista abbondanza di metalli preziosi e di beni di lusso romani, appare chiaro che questo fu un importante e ricco centro commerciale e politico. Nei pressi, degli scavi sulla costa, hanno portato alla luce l’insediamento portuale di Lundeborg, luogo ideale per l’attracco delle imbarcazioni che trasportavano le merci romane destinate all’interno. Qui sono stati trovati frammenti di recipienti in vetro, perline in vetro, e di ceramica sigillata, monete romane d’argento datate tra il 138 ed il 192 d.C. Il sito oltre a servire come approdo per consistenti quantità di merci romane, era anche un centro per la lavorazione dell’oro, dell’argento, dell’osso, del corno, dell’ambra e del pellame. Più difficili sono da identificare le esportazioni. Si pensa che i commercianti locali inviassero sicuramente l’ambra, prodotto molto ambito nel mondo romano, mentre per le altre merci, basandosi sulla domanda generica delle province romane e sulle esportazioni medievali, si può ipotizzare che fossero: carne e pesce essiccati, pellami, bovini e cavalli.

Naturalmente non tutti gli ingenti quantitativi di materiali venuti alla luce sono frutto di scambi commerciali, perché le fonti storiche parlano anche di bottini a seguito di saccheggi o d’invasioni, e di pagamento di riscatti.

I commerci con i popoli stanziati oltre il confine imperiale ebbero un’importanza cruciale per le province romane di frontiera. Senza le derrate alimentari, i pellami, il ferro e le altre merci prodotte nelle comunità delle terre non conquistate e vendute alle basi militari e ai centri urbani situati lungo la frontiera, Roma non sarebbe stata in grado di mantenere il proprio esercito e la struttura amministrativa delle province.

Fu grazie alla diffusione delle merci, che vennero “esportati” anche le pratiche e i valori romani in regioni ben distanti dai territori conquistati. Quando i soldati ausiliari tornavano a casa in regioni che oggi sono la Polonia o la Danimarca, portavano con sé non soltanto vasellame in bronzo, o ceramiche decorate, ma anche un bagaglio personale di conoscenze (l’organizzazione politica, l’organizzazione della città, la scrittura, ecc.) che distinguevano la civiltà romana dalle culture dei popoli barbari. Ma allo stesso tempo la presenza di europei del Nord, nelle unità ausiliarie dell’esercito romano, introducevano influenze culturali molto diverse da quelle del mondo mediterraneo. Si può quindi affermare che le province romane diventarono più germaniche e le popolazioni del Nord più romane.

 

Il mercante

Non c’è in tutta la letteratura antica, un solo passo in cui venga proposta senza valutazioni morali, un’analisi economica della formazione dei prezzi nell’intermediazione commerciale. Mentre la troviamo disseminata di riferimenti alla figura ed al mestiere del mercante, al grande commercio, alle più modeste pratiche di compravendita, al rapporto tra commercio ed agricoltura, al problema del “giusto prezzo”. Negli antichi era convinzione che il mercante falsasse inevitabilmente il “giusto prezzo” perché lo accresceva senza aggiungere al valore-lavoro dell’oggetto nessun lavoro supplementare. Nei contatti tra gruppi umani il commercio era caratterizzato dalla misura della distanza e dalla diversità. Nel mercante straniero alle differenze esteriori (lingua, costumi, colore della pelle) si sommava quella dell’animo subdolo ed insidioso. Soprattutto nelle società più chiuse le figure attive dei mercanti generavano delle tensioni psicologiche, che creavano degli schemi preconcetti in cui questa “diversità” era collegata ai difetti millenari dei mercanti: l’astuzia, l’inganno, la frode.

I primi furono i Fenici, famosi navigatori che appaiono con l’epiteto di “avidi”. Questa pessima reputazione la troviamo anche in epoca romana con i Cartaginesi, i quali, secondo Cicerone, furono i primi ad esportare in Grecia, con le loro merci, anche l’avidità, la sontuosità, e la cupidigia di tutte le cose. L’unione tra connotazione etnica e connotazione commerciale comprende anche altri popoli: Cesare ricorda come i Galli fossero particolarmente devoti a Mercurio, in quanto lo ritenevano inventore di tutte le arti, ma soprattutto capace di propiziare gli affari ed i traffici; i Siriani sono indicati come un genere di uomini dediti unicamente alla meditazione dell’inganno e alla trama della menzogna. Lo straniero è sempre avido, e quindi astuto e traditore, perché nei suoi comportamenti la ricerca di un guadagno smodato è un’arma insidiosa.

Ma lontano dalle zone commerciali maggiormente frequentate, in aree geografiche lontane era possibile praticare un commercio stemperato e paritario, come narra Erodoto:«i Cartaginesi, quando si recavano oltre le Colonne d’Ercole, erano soliti scaricare le loro merci sulla spiaggia, e disporle in bell’ordine; ritornavano poi sulle navi e lanciavano dei segnali di fumo. Alla vista dei segnali, gli abitanti del luogo si recavano sulla riva e vi deponevano una certa quantità d’oro, quindi si ritiravano. Se i Cartaginesi ritenevano che l’oro fosse adeguato al valore delle merci, lo prelevavano e salpavano; in caso contrario lo lasciavano sulla sabbia e s’imbarcavano nuovamente, in attesa. La scena si ripeteva fin quando i Cartaginesi non si ritenevano soddisfatti». Commenta Erodoto:«Non si fanno mai torto né gli uni né gli altri; né i Cartaginesi toccano l’oro prima che abbia raggiunto il valore delle merci, né gli indigeni toccano le merci prima che i Cartaginesi abbiano preso l’oro». Questa era l’usanza del “baratto silenzioso” che non doveva essere rara soprattutto dove i mercanti stranieri entravano in contatto con comunità più deboli, che non intendevano né respingere lo straniero, né garantirgli l’accesso al proprio territorio. Questa pratica era considerata un mirabile esempio di come fosse possibile, quasi ai confini del mondo, la pratica di un commercio giusto.

L’insidia del mercante si compiva nell’inclinazione naturale per la previsione, che gli consentiva di conoscere prima degli altri il mutare delle situazioni, la sovrabbondanza o la rarità delle merci, i buoni raccolti o le carestie. Sappiamo che nel III secolo a.C. esisteva un’organizzazione di corrieri marittimi con il compito di indirizzare i convogli di grano provenienti dall’Egitto, verso le piazze di volta in volta convenienti. Questo privilegio dell’informazione anticipata era tipica del commercio marittimo, ma non escludeva le categorie dei commercianti al minuto, come i rivenditori di grano che speculavano sulle difficoltà di approvvigionamento, aumentando i prezzi di giorno in giorno, e giustificandoli con tutta una serie di eventi sfavorevoli, che inventavano o venivano a sapere prima dei cittadini. Nel rapporto con il tempo il mercante deve mostrare la capacità di bloccare a proprio vantaggio l’attimo che fugge, di saper vedere più in là: non per niente il suo guadagno sarà indicato con l’espressione captare pretium, cioè catturare rapidamente ed astutamente il prezzo favorevole. A questa espressione se ne accompagna un’altra significativa: captare annonam, che indica la speculazione sul rincaro dei prezzi in tempo di carestia, naturale o artificiale.

Tra la gamma delle possibili forme di un agire spregiudicato nel tempo c’era anche quella del “vendere subito” attuata dai commercianti al minuto che compravano dai mercanti. Cicerone, nel condannare il piccolo commercio, trovava un nesso tra il tempo e la menzogna: la rapidità dell’intermediario che rivende subito quanto a comprato da un altro mercante è proporzionale all’uso menzognero della parola. Mentre il grande commercio, quello che porta molte cose da ogni luogo, è un’attività dai tempi lunghi, che giustificano il guadagno, e può essere esercitata senza falsità, il piccolo commercio si fonda sul guadagno che è frutto dell’inganno. L’astuzia, nel grande commercio era annullata da altri elementi (il coraggio di chi affronta il mare, la funzione civica di chi rifornisce le città), mentre per il piccolo commercio essa tendeva a manifestarsi allo stato puro.

Nel sistema romano dei valori sociali il grande commercio non è mai stabilmente compreso tra i mestieri volgari, e il mercante che lo pratica è definito coraggioso perché desideroso di accrescere le proprie sostanze.

Solitamente al mercante che affronta il mare gli viene riconosciuto un rischio, che si collega direttamente alla considerazione che il mare è infido e pericoloso. Questo coraggio del mercante marittimo finiva per collocarlo nella gerarchia dei valori sociali. Infatti non poteva essere negato al mercante un preciso ruolo civico, collegato al problema essenziale del grande approvvigionamento urbano. Il riconoscimento di questo ruolo lo troviamo chiaramente esposto nel brano di Cicerone sui mestieri onesti e volgari:«Se la mercatura è piccola, è spregevole. Se invece è grande ed abbondante e importa molte cose da ogni luogo, approvvigionando senza frode molta gente, non deve essere disprezzata; e quando essa, sazia di guadagno o più semplicemente soddisfatta, come accade spesso, si trasferisce dall’alto mare nel porto e dal porto stesso in possedimenti agricoli, può a buon diritto essere laudata». In questo passo l’autore dimostra che l’avvicinamento del grande commercio nel sistema dei valori sociali non avveniva soltanto attraverso la conversione del “capitale commerciale” in proprietà fondiaria (mare-porto-terra), ma proprio in considerazione della sua funzione civica (importa molte cose da ogni luogo).

Per quanto riguarda il coinvolgimento del ceto senatorio nei traffici commerciali, è noto che esisteva ed era ampiamente diffuso, grazie a diverse soluzioni che garantivano l’apparente distacco tra i membri dell’élite e le merci. Su questo tema i Romani insistevano su una distinzione semplice e rigida: non si pratica il commercio se si vende solo quello che si produce; in altre parole l’importante era non commerciare con i mercanti.

Grazie alle iscrizioni epigrafiche, soprattutto quelle funerarie è possibile recuperare alcuni elementi di autorappresentazione, delineando i valori nei quali i mercanti si riconoscevano o dicevano di riconoscersi. Questi livelli di autorappresentazione sono tre:

1.       L’apprezzamento di alcuni aspetti della funzione mercantile graditi alla classe dominante e recepiti dai mercanti.

2.       Ribaltamento dei giudizi sui comportamenti mercantili espressi dalla classe dominante.

3.       Principali valori dei ceti a vario livello coinvolti nelle attività commerciali.

La valorizzazione del coraggio del mercante marittimo veniva espressa sottolineando la frequenza dei viaggi, segno di un’audacia che si rinnova:Ho compiuto spesso viaggi attraverso i flutti e i mari; oppure dal numero dei viaggi compiuti:
Per 72 volte aveva affrontato i flutti dal Malea all’Italia.

Talvolta i trasportatori marittimi e i grandi mercanti poterono far parte dei consigli cittadini; un fenomeno che coinvolse anche i piccoli commercianti, come dimostra l’affermazione di un giurista in epoca severiana che non bisognava disprezzare i venditori di merci comuni, che potevano senz’altro aspirare ad un posto nei consigli cittadini. Tuttavia questa opinione favorevole nasceva dalla constatazione della difficoltà di garantire, in una situazione di crescita delle spese finanziarie per i membri delle curie, il funzionamento delle istituzioni locali.

Il contrasto tra il commercio al minuto e i grandi rifornimenti urbani appare chiaramente anche negli stessi atteggiamenti delle categorie coinvolte, e ne un chiaro esempio l’arco innalzato, nel 204 d.C. nel Foro boario, in onore di Settimio Severo, da parte delle categorie degli argentarii (banchieri) e dei boari (venditori di carne bovina). Su quest’arco c’era una dedica, che nella prima stesura, conteneva l’indicazione: i banchieri e i venditori di carne bovina di questo luogo; qualche tempo dopo venne modificata nel modo seguente: i banchieri e i venditori di carne bovina di questo luogo, che importeranno. La precisazione “che importerannodovette apparire indispensabile perché qualificava il gruppo di boari come “importatori” e non già come boari semplici; essa attribuiva infatti a quei boari, in quanto importatori, quel ruolo civico che normali venditori locali, nell’opinione comune, non avrebbero mai avuto.

Nei testi epigrafici si verificò una rincorsa a questa specie di credenziale civica, come in quello del commerciante L. Nerusius Mithres che dichiara di essere stato “noto nell’urbe sacra come venditore di pelli di capra e di aver messo in vendita merci adatte alle esigenze del popolo.

In questo primo livello di autorappresentazione c’è da parte dei commercianti l’appropriazione di due valori (coraggio, ruolo civico) che nella cultura dominante rappresentavano un’attenuante della tradizionale negatività del commercio.

Sempre nell’epitaffio del commerciante L. Nerusius Mithres viene ricordato che il defunto aveva sempre versato quanto dovuto al fisco, che era stato onesto in tutte le transazioni, equo verso tutti nei limiti del possibile, sempre pronto a venir in aiuto dei bisognosi. Ma l’accoglimento di questi nobili valori da parte dei commercianti, raggiungono dei livelli inaspettati, come dimostra un testo epigrafico della fine del I sec. a.C. di un mercante di carne bovina, che dichiara, ed è questa la cosa sorprendente, il rifiuto di un’attitudine “consumistica” del commerciante, rispetto ai valori dell’acquisizione e del risparmio. La figura del mercante ha sempre avuto, secondo le tradizionali condanne, un rapporto fluido con il denaro, che scorre velocemente creando lusso ed agi, e che si rigenera in nuove merci e nuove monete. Ma nell’epitaffio niente di tutto questo, il defunto scelse di risparmiare piuttosto che spendere. E questo fa ricordare Catone quando nel ritrarre il pater familias richiedeva che fosse dedito ad acquisire, non a vendere.

In questo secondo livello di autorappresentazione abbiamo un capovolgimento delle critiche più radicali e diffuse; il mercante disegna un ritratto alla rovescia, individuando virtù dove gli altri sospettano peccati.

Il terzo ed ultimo livello di autorappresentazione riguarda il guadagno (lucrum) che è l’elemento più distante dalla visione dei ceti alti. Esso porta il commerciante ad una autonoma consapevolezza di un fine da raggiungere e che esprime la gioia derivante dal guadagno, il piacere del profitto.

Una volta veniva praticato un rito antichissimo, collegato ad una società arcaica dove le relazioni commerciali potevano avere implicazioni collettive: consapevolmente o inconsapevolmente il mercante poteva offendere la divinità, provocando una rottura tra gli dèi e la città. In questo contesto avveniva la purificazione delle merci, che venivano cosparse con un ramo di alloro bagnato nella fonte sacra. Quindi lo scopo principale non era quello di purificare il mercante, ma le merci. Con la crescita dell’economia mercantile e le nuove caratteristiche assunte dallo scambio, il significato di questo rito venne a perdersi ed a trasformarsi. Fu ripreso successivamente da Ovidio che narra come alle idi di maggio era consuetudine tra i mercanti di andare all’Aqua Mercurii per compiere un rito di purificazione, in cui il commerciante, cospargendosi i capelli con un ramo di alloro bagnato alla fonte, pregava la divinità. Nei versi di Ovidio è possibile rivedere i temi già conosciuti di condanna del mercante che vengono elencati quasi come in un inventario completo. E’ facile pensare che i mercanti che partecipavano al rito di purificazione avessero sentimenti più vicini a quelli immaginati da Ovidio, che a quelli dei loro antenati dell’età arcaica. Intuiamo qualcosa di questa consapevolezza nella dedica di un ex-voto dedicato a Mercurio, dove il dio ha ottenuto la gratitudine dei fedeli, perché a favorito e conservato i guadagni; Plauto interpretò bene questo rapporto privilegiato tra il suo pubblico e la divinità, che entrando in scena così recitava:«Voi, nei vostri commerci, nelle compere e nelle vendite che fate, volete avere la mia protezione. Desiderate che vi faccia guadagnare e vi favorisca in ogni circostanza; desiderate che affari e conti vi tornino sempre bene, all’estero come all’interno; che vi crescano continuamente i profitti con grande ampiezza, sia negli affari già imbastiti sia in quelli a cui vi accingete. Volete poi che vi faccia giungere buone notizie sia a voi sia ai vostri cari, che porti e riferisca le più belle novità: lo sapete che gli altri dèi hanno concesso e conferito a me il governo delle notizie e dei guadagni».

Un guadagno vissuto con gioia e senza sensi di colpa, come in una casa di Pompei, dove i visitatori sono accolti dalla scritta: salve lucru (benvenuto guadagno).       

 

BIBLIOGRAFIA

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Pagina a cura di Aldo Trevisan